Obama, aria fritta a gogo

Discorso di Obama al Mondo Arabo : Qualcosa di nuovo o aria fritta?

di Egeria per Civium Libertas

Giovedì sera è andato in onda in diretta mondiale l’atteso discorso del presidente americano Obama sul ‘Mondo Arabo’, che troverete tradotto in basso, alla fine di questa premessa. Il discorso arriva in un momento di importanza strategica sullo scacchiere politico internazionale. C’è molta carne al fuoco sia sul fronte mediorientale che su quello nazionale degli Stati Uniti. Facciamo quindi un breve riepilogo della situazione attuale, all’interno della quale si colloca il discorso.

Negli Stati Uniti è iniziata la campagna elettorale per le prossime elezioni presidenziali e per il rinnovo di metà del Parlamento centrale. Obama è appena rientrato nelle grazie dell’elettorato americano dopo il presunto assassinio di bin Laden, come confermano le agenzie di rating della popolarità politica.

Netanyahu in questi giorni sarà a Washington per conferire con Obama. Ma Netanyahu parlerà soprattutto di fronte alla Israel Lobby AIPAC e di fronte al Parlamento americano – ribatezzato ‘Parlamento Sionista’ nell’articolo di Alan Hart che introduce la visita del premier israeliano negli Usa. Sappiamo che negli Stati Uniti ogni leader politico israeliano in visita gode del beneficio di enorme attenzione mediatica, e Netanyahu ha l’obiettivo di dare nuovo lustro all’immagine pubblica seriamente compromessa di Israele. Ci proverà perlomeno sulla scena pubblica americana, vitale per la difesa degli interessi di Israele nel Parlamento americano. Ci riuscirà? Vedremo.

Dall’altra parte del mondo, nel Medio Oriente, la scena politica è in fermento – in particolare sul fronte per la liberazione della Palestina.

Gli israeliani sono allarmati per il forte supporto che ricevono i Palestinesi, mentre Israele rimane sempre più isolata, malgrado le ripetute manifestazioni di servilismo da parte dei nostri governi occidentali. Gli eventi del Nakba Day hanno fornito la prova che la Resistenza Palestinese è più viva che mai, come lo è la solidarietà con i Palestinesi, che aumenta e accelera di giorno in giorno. Ovunque nel mondo.

 

In occasione del Nakba Day di quest’anno, per la prima volta decine di migliaia di rifugiati palestinesi nel Libano si sono riversati sulle frontiere tra Libano e Israele per la ‘Marcia su Israele’. Si stima fossero circa 70.000 – ma sono stati ricacciati indietro dal fuoco israeliano: 12 morti, centinaia di feriti. I testimoni dicono di avere visto decine di carri armati israeliani in lontananza, ma sembra non siano arrivati nelle immediate vicinanze della frontiera. Un esperto commentava che facessero parte del contingente israeliano sempre in allerta nell’area delle Alture del Golan. Anche oggi, come spesso accade, gli aerei di ricognizione israeliani hanno invaso lo spazio aereo libanese nella parte sud del Libano. Il Libano continua a presentare formali proteste alla Nazioni Unite, che però sembrano sorde da quell’orecchio, come sempre.

Altrettanto è successo alle frontiere tra Siria e Israele – da anni poco pattugliate dalle guardie israeliane, perché niente accadeva. Anche qui tentativi in massa di ‘marciare su Israele’. E anche qui i militari israeliani hanno sparato, ferito, ucciso.

 

Solo un gruppo isolato di Palestinesi siriani ha sfondato le barriere ed è passato in territorio israeliano per ricongiungersi ai compagni e parenti palestinesi che li aspettavano dall’altra parte della frontiera. Un’invasione pacifica in piena regola. Il giorno dopo abbiamo visto i soldati israeliani all’opera per riparare le recinzioni.

E tutto questo mentre nei confronti della Siria è in atto il tentativo da parte di mercenari infiltrati, al soldo dei soliti servizi segreti a noi noti, di provocare una guerra civile per giustificare un intervento della Nato sul modello delle Libia.

La Siria rappresenta la principale spina nel fianco per gli israeliani, che ne ambiscono i territori. Non solo, la Siria fa parte di quel gruppo di paesi, insieme a Turchia, Iran e Libano, i cui governi sono apertamente ostili al regime sionista, mentre sappiamo che tutti gli altri regimi arabi hanno stretto un patto di interesse con Washington e Londra per salvaguardare l’egemonia di Israele nella regione. Nel caso della Siria, tuttavia, la Nato non avrà gioco facile. La Russia, alleata della Siria, fa sapere chiaramente che non starà a guardare in silenzio. Si profilerebbe dunque l’eventualità di un conflitto militare che vedrebbe Stati Uniti e Russia schierati pericolosamente su due fronti opposti. Molto pericolosamente, per noi tutti, in Occidente e Medio Oriente.

Per oggi, venerdì 20 maggio, era stata annunciata un’iniziativa dei Palestinesi del Libano: la ‘Marcia dei 100.000 su Israele’.

Sono partititi la mattina presto per la spedizione, ma è già pomeriggio e finora non ci sono ancora aggiornamenti. Israele è in allerta: sente il fiato sul collo degli ‘Arabi’, come i sionisti chiamano collettivamente le popolazioni confinanti, e in particolare i Palestinesi. Il termine ‘Palestinesi’ non viene mai pronunciato pubblicamente in Israele. Oggi abbiamo visto il massiccio dispiego di forze israeliane alle frontiere con Libano e Siria, e forse la ‘Marcia su Israele’ è stata revocata.

In Egitto per il Nakba Day era programmata la ‘Marcia su Gaza’ di decine di migliaia di egiziani, con partenza programmata da Piazza Tahrir, in Cairo – tentativo abortito dalla Giunta Militare al potere, che ha scoraggiato le compagnie di trasporto dal presentarsi all’appuntamento previsto per la partenza verso il Sinai e la località di frontiera Rafah. Per tutta risposta la sera stessa si è scatenata la rivolta di fronte all’ambasciata israeliana nel Cairo.

La folla ha bruciato le bandiere israeliane e ha chiesto ad alta voce l’interruzione dei rapporti diplomatici con Israele. La furia era anche indirizzata ai Colonnelli egiziani, che due settimane prima avevano espresso l’intenzione di ‘riaprire la frontiera con Gaza entro dieci giorni’, ma si erano poi rimangiati la parola. Le forze dell’ordine hanno aperto il fuoco: 350 feriti, 185 arresti. Anche oggi, venerdì 20, tutti di nuovo in piazza, in Egitto: la rivoluzione continua. Si urla contro Israele, si chiede il rilascio dei prigionieri detenuti illegalmente in custodia militare.

Anche in Giordania un tentativo di ‘Marcia su Israele’ si è concluso nella violenza.

Ricordiamo che i cittadini ‘giordani’ sono in realtà Palestinesi di origine: ancora oggi circa il 70% della popolazione è direttamente imparentata con i Palestinesi di Gaza e della Cisgiordania. Come sappiamo, la Giordania è territorio sottratto alla Palestina e consegnato alla dinastia degli Hashemiti per fondare uno stato che avrebbe completato l’accerchiamento della popolazione Palestinese in Cisgiordania. Proprio mentre scrivo, vedo sullo schermo le strade della Giordania invase da manifestanti che protestano contro Israele e chiedono – come hanno fatto da mesi ormai – la riunificazione con i Palestinesi della Cisgiordania.

Sulla carta potrà sembrare una ‘missione impossibile’, ma lo sembrava anche la riunificazione delle Germanie nel periodo del Muro di Berlino e della Guerra Fredda.
Ovunque in Palestina, Gaza, Gerusalemme Al Quds, i soldati israeliani hanno sparato sui manifestanti del Nakba Day, sotto gli occhi inorriditi del mondo.

Come è successo in altri scontri, anche questa volta i soldati israeliani hanno sparato intenzionalmente perfino sui giornalisti, ferendo alcuni, uccidendo un foto-reporter. Il giorno dopo, i soldati israeliani hanno aperto il fuoco sul corteo funebre che accompagnava uno dei caduti nel suo ultimo viaggio. E anche oggi assistiamo a nuove rappresaglie israeliane nei confronti della popolazione di Gaza, con tanti feriti, sempre solo tra i palestinesi.

In Marocco, Tunisia e Algeria le proteste continuano anche in questi giorni. Niente di ciò che chiedono i cittadini è stato implementato. Al contrario, la repressione da parte dei regimi si è intensificata. Ma il popolo non desiste. Continua a chiedere a gran voce il rispetto dei propri diritti fondamentali e a protestare contro Israele.

E poi c’è il pasticcio della Libia. Era chiaro fin dai primi giorni – fin dall’inganno del black-out mediatico nella Libia e le menzogne propagandate dalla BBC e da Al Jazeera, poi smascherate – cosa sarebbe successo, e perché. E sappiamo che ognuno dei paesi Nato coinvolti nel massacro della Libia ha i propri sporchi fini da perseguire.

Quelli di Washington sono gli stessi che persegue ovunque nelle zone con forte presenza di basi militari americane: proiettare il proprio potere imperiale, avere il controllo geo-politico sulla regione, proteggere l’egemonia di Israele nel mondo arabo, e infine indebolire la Cina escludendola dall’accesso diretto al petrolio e ad altre risorse, con gravi conseguenze sull’economia di questa nuova superpotenza, nel tentativo di impedire il sorpasso della Cina sull’America. Prima dell’attacco militare della Nato, erano attivi 30.000 cinesi in Libia, molto operosi, molto rispettosi della popolazione locale, molto apprezzati come partner commerciali. In un articolo di Paul Craig Roberts di alcune settimane fa leggevo che ora il numero di cinesi in Libia si è ridotto a forse un migliaio. E la campagna per escludere la Cina dall’estrazione del petrolio è in atto ovunque in Africa, specie in Sudan.

Nella regione del Golfo Persico le rivolte vengono al momento soffocate – ma non sono affatto sedate.

Fa eccezione il Yemen. Da molti mesi le strade e piazze sono perennemente invase da fiumi di manifestanti. Ogni giorno ci sono tanti morti, perché il dittatore Saleh, stretto alleato del tiranno saudita e di Washington non ha alcuna intenzione di dimettersi, nonostante perfino l’esercito si sia schierato ufficialmente dalla parte dei cittadini. A sparare sui manifestanti sono i mercenari, briganti e teppisti pagati dal multimiliardario Saleh per scoraggiare il popolo – che invece non demorde. In un paese dove più del 50% della popolazione vive nella povertà quasi totale, la determinazione dei cittadini che resistono è quella di chi non ha più niente da perdere.

Nel Bahrein regna il caos totale e la popolazione è precipitata nella disperazione più nera. Le condizioni di persecuzione e vessazione a cui i cittadini sono soggetti, vengono sempre più spesso paragonate a quelle terrificanti di Gaza, con la differenza che il Bahrein fino a qualche mese fa costituiva una società moderna e prosperosa, malgrado l’anacronismo di un governo di stampo oscurantista tribale, contro cui la classe intellettuale del Bahrein lottava senza tregua da anni.

Come abbiamo relazionato in precedenza, quando la rivolta araba iniziava a contagiare l’area del Golfo Persico, la casa reale Saudita si è fatta prendere dal panico e ha invaso il piccolo Bahrein – insieme ad un contingente di altri paesi alleati del Golfo – con lo scopo principale di dare ai cittadini sauditi, e agli altri della regione, una dimostrazione della sorte che sarebbe toccata anche a loro, se avessero insistito con la rivolta appena sul nascere.

Infatti, al momento poco succede nelle strade e piazze dell’Arabia Saudita, dell’Oman, del Kuwait, del Qatar – nonostante gli iniziali tentativi di insurrezione. La ‘lezione’ inflitta al Bahrein sembra avere raggiunto lo scopo – almeno per ora. Ma vedo ogni giorno piccole sacche di rivolta in Arabia Saudita (e oggi anche nel Kuwait). Un giorno si manifesta in una città, il giorno dopo in un’altra, distante centinaia di miglia. Il messaggio è questo: non siamo scoraggiati, ci stiamo organizzando, alla fine vinceremo, malgrado tutti i vostri sforzi di reprimerci.

Il Bahrein, tra tutti i paesi del Golfo, è un capitolo a parte, una nuova ‘Gaza’, militarmente occupata, accerchiata, saccheggiata, distrutta. Una società smantellata, sfaldata, decimata. Con la popolazione perseguitata, arrestata, torturata, umiliata. E tutto questo avviene sotto gli occhi di 5.000 soldati della 5a Flotta della Marina Militare americana, di stanza permanente nel Golfo Persico, con quartier generale nella capitale del Bahrein, Manama.

Sono loro i tre grandi complici della regione: Washington, i reali Sauditi, e i reali del Bahrein che permettono il genocidio e la tortura sistematica dei propri cittadini.

Termino questo riepilogo della situazione nel Mondo Arabo – oggetto del discorso di Obama – illustrando due episodi, due iniziative di grande spessore umano, passate quasi inosservate mentre accadevano i fatti del Nakba Day.

Nave malese per Gaza

Una nave proveniente dalla Malesia era in viaggio con destinazione Gaza. Portava a bordo una carico enorme di tubature, che dovevano servire per ricostruire il sistema fognario di Gaza che, come sappiamo, è quasi totalmente distrutto. In Gaza le fogne sono a cielo aperto e sono causa di tante malattie soprattutto tra i bambini.

Il gruppo di attivisti internazionali che accompagnava il carico aveva scelto di non fare molta pubblicità sulla spedizione, nella speranza che la marina militare israeliana avrebbe permesso alla nave di attraccare e al carico di arrivare in Gaza. Non è andata così. Israele non si è smentita: la marina militare ha sparato colpi di avvertimento e in seguito, viste le intenzioni della nave di proseguire verso Gaza, ha aperto il fuoco e costretto la nave a cambiare rotta.

Nave iraniana per il Bahrein

Sempre nel giorno del Nakba Day è partita la prima spedizione via mare diretta al Bahrein. Sembra proprio che nel Bahrein vedremo una ripetizione dello scenario di Gaza. E non è sorprendente: la repressione messa in atto nei confronti della popolazione segue alla lettera il modello sionista, come illustrato nei miei post precedenti sul Bahrein.

L’iniziativa in questo caso è stata dell’Iran – il tanto vituperato Iran, l’unico paese, finora, ad esporsi apertamente in favore del Bahrein, il coraggioso Iran che decenni fa si è rivoltato contro il potere arrogante dell’Impero, subendo le conseguenze dell’embargo economico. Il coraggioso Iran che denuncia pubblicamente i crimini di Israele. La nave con destinazione Bahrein è partita il 15 maggio. I passeggeri a bordo, uomini, donne, bambini, sapevano che non avrebbero avuto il permesso di attraccare ma, nelle parole del portavoce «l’intenzione è quella di avvicinarci il più possibile alle rive del Bahrein e di esprimere la nostra solidarietà alla popolazione assediata, con la nostra vicinanza fisica». È incredibile che nel terzo millennio siamo ancora costretti a vedere scene di questo tipo.

Vediamo cosa dice Obama, che parla anche del Bahrein nel suo discorso, e ovviamente della questione Palestinese. Non anticipo niente e non commento. Magari in seguito – in altro post, pubblicherò le analisi degli esperti, quelle più interessanti.

di Egeria per http://civiumlibertas.blogspot.com/


IL TESTO DEL DISCORSO DI OBAMA E’ QUI SOTTO RIPORTATO INTEGRALMENTE IN FORMATO PDF

Obama Discorso al Mondo Arabo-19 maggio 2011

 

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