Sperando di brindare presto alla vittoria dei popoli liberati dall’oppressione us-raeliana, in primis l’eroica Siria, terza lettera del dottor Gianantonio Valli a Stefano Gatti

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Sperando di brindare presto alla vittoria di tutti i popoli liberati dall’oppressione us-raeliana, in primis l’eroica Siria di Bashar al-Assad,

terza lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti

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Gentile signor Stefano Gatti,

vengo per la terza volta a sollecitarLe un chiarimento sull’aggettivo «famigerato», da Lei usato per definire la mia persona. Qualche collega di malpensiero mi sta istigando a non demordere da quella che si profila sempre più come la caccia ad un furbetto. Così essi La tacciano, pensi!, mentre io faccio di tutto per trovarLe giustificazioni, che so?, un colpo di calore, una delusione amorosa, un attacco ischemico o altre quisquilie. Altri mi sollecitano al contrario, all’insegna del de minimis non curat praetor, a sospendere questa polemica, peraltro garbata anche se monodirezionale.

Mi avesse definito «farneticante» anziché «famigerato», avrei accolto l’aggettivo di buon grado, sapendo da che bocca sarebbe uscito. È il non sapere su cosa Lei si basi per il «famigerato», che mi accora. Anche perché, sapendolo, avrei cercato di emendarmi. Indubbiamente a questo mondo non c’è mai nulla che riesca a produrre il cento per cento di soddisfazione a tutti. Così, mentre A sta agitando il cappello con una serie di evviva, vediamo B aggrottarsi dubbioso. E lo stesso è per Y e Z. D’altra parte, il nocciolo del contendere mi è stato fornito su un piatto d’argento proprio da Lei.

Ritengo poco tollerabile la malacreanza di ignorarmi, dopo avermi inferto un colpo di spillo. Egualmente inquietante giudico il suo sguardo da furetto, ammiccante come quello di un ragazzino che, lasciato solo in casa, abbia scoperto la chiave della credenza delle marmellate. Potrei anche ritenerLa un giovanottello di animo diffidente. Uno che ritira la mano dopo avere scagliato la pietra. Un ritroso che si sottrae agli sguardi del pubblico per tema di venire considerato importante.

Taluno ha commentato malignamente: «Povero Valli… scendere al livello di questi qua [o «di quelli là», non ricordo bene]!». Espressione forse scaturita da qualche malanimo antiebraico. A parte questo, Lei  mi sta diventando una droga. Una magnifica ossessione. Una ossessione che spero Le stia procurando intima soddisfazione, quando non una vera e propria notorietà intratribale. Del resto, non posso che rallegrarmi per il fatto che a Lei sia grato, dopo l’uscita allo scoperto, ritirarsi con modestia nella tana, senza traccia della sempiterna chutzpah. E mi cito:

  • Chutzpah: Termine aramaico significante un misto di «simpa­tica» sfronta­tezza, improntitudine e insolenza, un’aggressività che comprende l’aver fegato e la faccia tosta, per Daniel Gordis la chutzpah è «estrema fiducia in se stessi al limite della sfrontatezza», «la sfacciataggine più disarmata, la spocchia più inammissibile che si possa immaginare: è un mix impro­ba­bile di cinismo e ingenuità, di simpatia e orrore, di sorriso e raccapric­cio» per Elena Loewen­thal, «caratteristica di caratte­re» super-ebraica per Moni Ovadia: testi tradizio­na­li dicono Israele la più sfacciata fra le nazioni, affermando che «l’impu­den­za, perfino quando è diretta verso Dio, è uti­le»; Fölkel intride la definizio­ne di humor noir: «Quando uno uccide sia il padre che la madre e, dopo, difendendo­si al processo per omicidio, chie­de le atte­nuanti per il fatto di essere rimasto orfano»; altrettanto incisivo Victor Ostrovsky: «Fai una cacata davanti alla porta di un tizio, poi bussi alla porta e gli chiedi della carta igienica»; Celso e Giuliano Imperatore l’avevano detta alazoneia superbia bar­ba­ra; per sant’Ambrogio è un misto di super­bia arroganza, versutia astuzia, procaci­tas insolenza e perfidia malvagità; l’arcivescovo di Lione Agobardo all’epoca di Carlo Magno, Amo­lo­ne e i polemisti medioevali la dicono insolentia Judaeo­rum.

Grande popolo, il Suo! Ovviamente, escluse persone come Israel Shahak, Israel Shamir, Norman Finkelstein, Gilad Atzmon, Ariel Toaff, Spinoza, Uriel Da Costa, Elisha ben Abuya, Qohelet e pochi altri. La mia proverbiale obiettività mi spinge poi a provarLe quanto io sia equanime. Mi ri-cito:

  • Ben scrive invero, del giudaismo «religione-fattasi-popolo», Harold Cecil Robin­son: «Non l’antisemitismo è all’origine della crisi che minaccia oggi il mondo, bensì l’odio degli ebrei contro tutti i popoli che non mettono a loro disposizione il proprio territorio per un’uso libero e indiscriminato [...] L’antigiudaismo non è il fatto pri­ma­rio, ma un fatto secondario, una conseguenza, la reazione a una fede che pone gli ebrei al di fuori e al di sopra dei popoli non ebrei, col pretesto ideologico che questi popoli devono essere guidati e sfruttati dagli ebrei in quanto popolo eletto».
  •     Se da una parte esistono quindi  ● figure virili quali Gedalja Ben Elieser, o  ● di tragica dirittura quali Otto Weininger, Arthur Trebitsch, Essad Bey, Albert Ballin, Walter Rathenau (del quale però non dimentichiamo il «consiglio» ai goyim, parafra­sa­to­ci da Robert Dun: «Sapete qual è la nostra missione sulla terra? Condurre ogni uomo ai piedi dei Sinai. Se non ascolterete Mosè, vi ci condurrà Ge­sù; se non ascol­te­rete Gesù, sarà Karl Marx») e Max Naumann,  ● altre di chiaro acume quali Osman Bey, Max Nordau, Karl Kraus, Norman Solomon, Moshe Carmil­ly-Weingar­ten, Yosef Hayim Yerushalmi, Jean Daniel, Edward Lutt­wak, Benja­min Gins­berg, Robert Fried­man e Chaim Bermant,  ● di una pur sfrontata schiet­tezza quali Martin Buber, Marcus Ravage e Nahum Gold­mann, o  ● di qualche equi­li­brio quali Bernard Laza­re, Anne Krie­gel, Norman Cantor, Gior­gio Isra­el e Noam Chomsky,  ● di condivisibili tesi quali Jo­seph Roth­schild, Hans Jürgen Eysenck, Richard Herrn­stein, Ralph Nader, Lori Wallach, Je­remy Rifkin ed Ed­ward Gold­smith (sul cui fratello James manter­rem­mo una qual­che riserva),  ● di aperto coraggio quali Victor Gollancz, Mi­cha­el Mandel, David Jacobs, Alejandro Teitelbaum, Alfred Lilienthal, Israel Shahak, Israel Shamir, Salcia Land­mann, Harold Pinter, Gilad Atz­mon, Yehudi Menuhin e il figlio Gerard, Mi­chel War­schawski e Massimo Fini,  ● altre ancora ispi­ranti adesio­ne come i su­bli­mi Qohéle t ed Elisha ben Abuya, Da Co­sta e Spi­no­za o il quidam Enri­co Paggi,  ● istin­tiva simpatia quali Harry Wein­stok,  ● strug­gen­te stima quali Dov Eitan e Yoram Shef­tel,  ● rispetto e sin­cera pena quali David Cole e Ariel Toaff,  ● persino ammira­zio­ne quali i revisionisti/an­tisionisti J.G. Burg, Joseph Bena­mou e Abra­ham Gurewitsch,
  •     e se l’Antica Sapienza ha per millenni rimbombato «attèm mèlach haaretz, voi siete il sale della terra», se Mo­ses Hess, riecheggiato poi da Renan, ha scritto che «gli ebrei devono essere presenti come uno stimo­lo nel corpo dell’umani­tà occiden­tale, come una specie di lievito» (in “Triarchia euro­pea”, 1841: il lievito à la Magris! per Renan «l’ebreo era destinato a servire come lievito nel progresso di ogni paese, invece di formare una nazione distinta sul pianeta», in «Dalla parte dei popoli semitici nella storia della civiltà», edito nel 1863 a Milano), se Emil Ludwig né Cohn ha confermato: «Ich halte die Juden zwar nicht für das Salz der Erde; der Pfeffer Euro­pas aber sind sie bestimmt, Non considero certo gli ebrei il sale della terra, ma il pepe dell’Europa sì» (attirandosi l’ovvio commen­to di Wolf Meyer-Chri­stian: «Senza volerlo, con tale motto egli confer­ma il diritto del­l’odierna Europa a difender­si dall’ebraismo: dove il pepe non viene usato a giuste dosi, se viene offerto come cibo o gettato negli occhi agli ignari da mano criminale, provoca drasti­che reazio­ni. Perché in un caso corrompe il sangue, nell’altro rovina la vista»), se ancora nel 1982 N. Voronel commenta « è come se l’elezione del popolo ebraico sia nella vita di diaspora. “Siamo il lievito [...] Il nostro compito è portare a fermentazione il piatto stranie­ro”», e Sonja Mar­go­li­na ribadisce che i confra­telli hanno svolto, nella mi­ne­stra delle culture euro­pee, il ruolo delle «spezie», am­met­tendo però che in Rus­sia hanno esage­ra­to, talché quel­la mi­ne­stra si è fatta immangiabile,
  •     dal­l’altra parte Arruolati invasati della multi­etnicità come i boss del Congresso Ebrai­co Europeo, Acceleratori della Fine come i Börne, Landauer, Mühsam, Toller, Georg Her­mann, Coudenho­ve-Kaler­gi, Ri­chetti, Polish ed Elio Toaff, le Luxemburg, Calabi Zevi (col rampollo Tobia), Diana Pinto e consorti, Nussbaum, Kopp, Jacob/Veil, Nirenstein, Chivassi Colom­bo, i Joseph Roth e Jacques Attali, l’odioso quartet­to Daniel Cohn-Ben­dit, Bernard-Henry Lévy, André Glucks­mann ed Alain Finkiel­kraut, gli Halter, i Derrida, Klar­sfeld, Gourévitch, Wie­viorka, Zygmunt Bauman, gli Aza­gury, Ar­rigo Levi, Guido Bolaffi, gli archetipici Furio Co­lombo e Gad Lerner, l’isterico Christopher Hitchens, gli Amos Luz­zat­to e Riccardo Di Segni, i Mieli, i Claudio Morpurgo, i Grinblat, Clark/Kan­ne/Neme­rovsky, Jean Kahn, Patrick Weil, l’ho­noraire Claudio Ma­gri­s, i Vio­lante, gli Ovadia, i Win­ter, Tei­tel­baum, Ringer, Minc, il trio Enrico Modiglia­ni, Emanuele Fiano e Riccardo Pacifici, i Morin, Mar­kovits, Konrád, Peck, Broder, Wiesel, gli Steven Katz, i Gaubert, Narkiss, Bubis, Siegel, Michael Friedmann, Silber­stein, David Rothkopf, Richard Falk, i Soros e quant’altri Supremi Docenti a partire dai Freud, Boas, Horkheimer e compagnia, per finire agli ex-Eh­ren­berg, Lewontin e Stephen Jay Gould,
  •     non solo con­trav­ven­gono ai più ele­men­ta­ri princìpi di onestà intel­let­tuale, ma rendono in­digeri­bile anche a noi – cosa invero seccante – la nostra mi­ne­stra nel nostro piatto.

Va bene che leggo nel Talmud – immarcescibile, attualissima norma di vita – espressioni un tantino troppo laudative nei confronti di noi goyim:

  • «Solo voi giudei siete uomini» – rassicura, instancabile ed ancor più autorevole, il Talmud – «mentre le altre genti dell’universo non sono composte da uo­mi­ni, ma da animali» (Baba Mezia 114b). O anche, più esattamente con la prima edizione di Lazarus Goldschmidt, che riproduce anche il testo ebraico di Bomberg: «Voi [ebrei] siete chiamati uomini, e non [we'ên] i popoli del mondo sono chiamati uomini, ma bestie ['ellâh behêmâh]»; nella seconda edizione, priva dei riferimenti ebraici, Goldschmidt mantiene la traduzione della prima, ma mette le ultime due parole tra parentesi: «ihr heißt Menschen, nicht aber heißen die weltlichen Völker Menschen (sondern Vieh)».
  •     Tali parole però, scrive ad Hermann De Vries De Heekelingen (1880-1941) monsignor Ago­stino Bea (di ascendenza «tedesca» con antico cognome Behar), rettore del Pontifi­cio Istituto Biblico richiesto di consulenza per il processo intentato ad Oron/Lo­sanna il 15-17 gennaio 1940 contro l’ex pastore evan­gelico «anti­semita» Philippe Lugrin, accusato dai Nostri di avere manipolato pas­si talmudici, «formano la conclu­sio­ne della frase, la quale vuole mostra­re per quale ragio­ne Rabba b. Abuha Elijahu poteva stare in un cimitero non-ebreo. Ecco la rispo­sta: la legge proibisce il contatto con i cadaveri degli uomini, ma i non ebrei non sono uomini, ma bestie; dunque essi non sono con­trari alla purezza leviti­ca [«R. Simón b. Johaj sagte: Die Gräber der Nichtjuden sind nicht (levitisch) verunrei­ni­gend, denn es heißt: ihr aber seid meine Schafe, die Schafe meiner Weide, Men­schen seid ihr», è il passo che immediatamente precede il suddetto 114b]. Si vede che l’argomen­tazione stessa richiede le parole “ma bestie”. Se essi non sono uomini, che cosa sono?».
  •     Decisamente più edulcorate sia la versione della Soncino Press: «R. Si­meon b. Yohai said: The graves of Gentiles do not defile, for it is written: And ye my flock, the flock of my pastures, are men; only ye are designated “men”», sia la spiegazione in nota: «Soltanto, ovviamente, dal punto di vista della contami­nazione rituale. Cfr. Numeri XIX 14: Questa è la legge: Quando un uomo muore nella tenda, chiunque entra nel­la tenda e chiunque si trova nella tenda sarà impuro per sette giorni. (In ogni caso la frase perde tutta la sua violenza se ci si ricorda che è semplicemente un modo di dire talmudico per indicare “non umano” [is simply a Talmudic idiom denoting "inhuman"], e che il suo autore fu il Maestro Simeone, che era stato così crudel­mente perseguitato [so bitterly persecuted] dai romani. V. Lazarus, The Ethics of Judaism, I, pp.261 ff.)». Il contrasto «bestiale» ebrei-goyim verrà comunque ribadito nel terzo Paese di Dio da The Jewish Frontier, febbraio 1939: «Ogni ebreo, fosse anche l’unico ebreo rimasto sulla faccia della Terra, ogni bambino ebreo, ogni vecchio è un testimone vivente dell’esistenza di una razza umana a confronto con una razza fatta solo di bestie» (in W.R. Frenz). Ed ancora: «Anche se i popoli del mondo somi­gliano fisica­mente agli ebrei, es­si somi­gliano loro soltanto come le scim­mie agli uomini» (Keri­tot 6b tosaphot).
  •     Lo statuto esistenziale dei non-ebrei – gli orlim: «incirconcisi» (letteralmente: prepuzi), per via della loro esistenza immonda e perversa nient’altro che animali… in particolare asini, cavalli, cani, maiali e loro carogne – è bene illuminato da quanto afferma Abodah Zarah 4a: «Il Maestro Chana figlio di Chanina ri­chia­mò l’attenzio­ne su una con­traddizione: È detto: “Io non provo ira” [I­saia XXVII 4], ed è detto: “Il Signore è un vendicatore e pieno d’ira” [Nahum «il-consolatore» I 2]. Questa non è una contrad­dizione: l’una sen­ten­za parla degli ebrei, l’altra dei non-ebrei [vedi anche Bera­kot 7a]» e, poco più avanti, «Il Santo-che-benedetto-sia!, parlò a Israele: “Quando giudico gli ebrei, non li giudico allo stesso modo dei non-ebrei”». Eguali concetti in due scritti ebraici divulgativi del XVII secolo, citati da Johannes Eisenmenger e Roderich-Stoltheim/Fritsch: nello Jalkut Rubeni si legge: «Gli ebrei sono chiamati uomini perché le loro anime provengono dall’uomo più illustre; i non ebrei, le cui anime provengo­no dallo spirito impuro, sono chiamati porci»; nell’influ­entissi­mo Shenei luchot ha-berit, “Le due tavole del Patto” (composto dalle sezioni Derekh hayyim e Luchot ha-berit) di Rabbi Yeshayah Horowitz (il cabbalista Isaiah ben Abraham ha-Levi Horo­witz detto, dalle iniziali della maggiore opera, Ha-Shelah ha-Ka­dosh, «il santo She­LaH», 1570-1626 o 1565-1630), compen­dio delle leggi giu­daiche stam­pato ad Am­ster­dam nel 1649 e a Wilmers­dorf nel 1686 in seconda edizione: «Sebbene i popoli del mondo assomiglino esteriormen­te agli ebrei, sono soltanto ciò che sono le scimmie in confronto agli uomini» e «Per questo al non-ebreo è stata data figura umana: perché gli ebrei non si dovessero far servire dalle bestie».
  •     Anche il Midrash talpiot pubblicato a Varsavia nel 1875 da Elijah ben Salomim insegna al Popolo Eletto la differenza che lo separa dal re­sto dell’umani­tà: «Dio ha crea­to i non-ebrei sotto forma umana perché essi non sono stati crea­ti per altro scopo che per servire gli ebrei giorno e notte senza interru­zione. Ora, non si addice ad un figlio di re [cioè ad un ebreo] l’essere servito da una bestia con le sembianze di un ani­male ma da una bestia con sembianze uma­ne» (225d). Similmente predica, ai nostri giorni, Hatanya, il testo fondamentale dei Lubavitch/Cha­bad, il più potente ramo del chassidismo. Secondo questo testo-chiave, rileva Israel Shahak, «tutti i non-ebrei sono creature assolutamente sataniche “che non hanno nulla di buono”. Persino i loro embrioni sono qualitativamente diversi da quelli ebraici. L’esistenza dei non-ebrei è “inessenziale”, poiché tutto il creato fu creato unicamente “per il bene degli ebrei” [whereas all of creation was created solely for the sake of the Jews]».
  •     Per quanto tutto ciò sembri un po’ «forte», altri pas­si con­fermano la sostan­za di una forma mentis che porta MacDonald (II) a concludere che «l’impurità dei non-ebrei non fu solo teorica, ma ridusse le effettive possibilità di interazione coi non-ebrei»: «Il seme di un non-ebreo non è che il seme di un ani­ma­le» (Jeba­mot 94b tosaphot); «Conclu­dete che il Misericor­dioso ha di­chiarato che il loro seme è libero, come è detto: “La cui carne è come la carne di un asino e l’effusione del loro seme come quella di un cavallo” [Ezechiele XXIII 20]» (Jebamot 98a); «Il seme di un non-ebreo ha lo stesso valore del seme di una be­stia» (Ke­tu­bot 3b tosaphot); «Non è permesso [fare] poppare [un neonato ebreo] da una non-ebrea né da una bestia impura, ma se il bambino è in pericolo, niente va risparmiato per salvargli la vita» (tosephta Shabbat IX 22, da Gedaliah Alon, in MacDonald I); dato che i rabbini, rileva Gian Pio Mattogno, proibiscono di sedersi a tavola con un pagano, se un goy invita alle nozze del figlio non diciamo un solo ebreo, ma tutti gli ebrei della città, non per ciò questi, anche se sono tutti tra loro, vanno assolti: per il fatto di consumare il pasto assieme agli idolatri, peccano anch’essi di idolatria, come dice Esodo XXXIV 15, e ciò anche se mangiano e bevono cibi loro propri e vengono serviti da propri camerieri (tosephta Abodah Zarah IV 6);
  •     ancor più, «Il rapporto sessuale con un non-ebreo è come quello con le bestie» (San­hedrin 74b tosaphot, riportato da padre Justinas/Iustinus Bonaventura Pranaitis in Christianus in Talmude Iudaeorum, sive Rabbinicae Doctrinae de Christianis Secreta, 130 pagine edite a San Pietroburgo nel 1892, tradotte in tedesco nel 1894 dal sacer­do­te austriaco Joseph Deckert quali Das Christentum im Talmud der Juden, oder Die Geheimnis­se der rabbinischer Lehre über die Christen, “Il cristianesimo nel Talmud degli ebrei, ossia I segreti della dottrina rabbinica sui cristiani”), per cui, conferma Maimonide (Mish­neh Torah, libro 5: “Il codice della santità”), una donna non-ebrea congiuntasi con un ebreo, in particola­re con un sacerdote, «è soggetta ad essere messa a morte, poiché attraverso di lei un crimine è stato compiuto da un israelita, come [se si fosse con­giunto] con un anima­le» (il sacerdote, invece, va solo fustiga­to); «Il Maestro Chija figlio di Abuja disse: Se uno si congiunge con una non-ebrea fa come se si fosse imparentato con gli idoli, poiché è detto: “e si è congiunto con la figlia di un dio straniero” [Malachia II 11]; ma ha il dio straniero una figlia? Si deve piuttosto intendere il congiungimento con una non-ebrea» (Sanhe­drin 82a, che in tosa­phot auspi­ca: «possano così abbatterlo gli zelanti»);
  •     «Chi viene detta prostituta? Tutte le figlie non-ebree o una figlia ebrea che ha avuto a che fare con qualcuno [die mit jemandem zu tun gehabt, traduce Löwe: «che ha avuto rapporti ses­sua­li»] che non può sposare a causa delle diver­se pro­ibizioni matri­moniali, o che ha avuto rapporti sessuali proibiti con un minorato [die mit einem Geschwächten verbote­nen Umgang gehabt], anche se poi li dovesse sposare. Di con­se­guenza se una donna ha avuto a che fare con un animale, benché la pena per tali atti sia la lapida­zio­ne, non è una prostituta, e un sacerdote può sposarla, poiché non ha avuto rapporti proibiti con un uomo» (Eben haeser 6, 8).
  •     «Se un non-ebreo o uno schiavo si congiunge con una Figlia d’Israele, il figlio che nascerà è come figlio di prostituta» o, con la Soncino,«if a heathen or a slave has intercourse with the daughter of an Israelite, the issue is mamzer» (Qiddushin 70a) e «Il figlio di un non-ebreo o di uno schiavo che si sono congiunti con una Figlia d’Israele è un bastardo» (Jebamot 16b). Similmente, vedi Ketubot 30a, Eben haeser 44, 8 («Se un ebreo ha promesso di sposare [o: si è fidanzato con] una non-ebrea o una schiava, o se un non ebreo o uno schiavo hanno promesso di sposare [o: si sono fidan­zati con] un’ebrea, in ambo i casi tale atto non è valido») e Joreh deah 377, 1 (il termine mamzèr deriva da meam zar, lette­ral­mente «da un popolo straniero»; un mamzèr può sposare solo una mamzèret o una proselita, non una vera ebrea). Scende poi in campo Maimonide: «Il comandamento: Non uccidere, significa: Non si uccida nessuno di Israele. Ma i non-ebrei, gli eretici e i figli di Noè non sono israeliti» (Yad hazaqah IV 1, “Mano forte”, libro meglio noto come Mishneh Torah, “Secondo i­nsegnamen­to” o ”Ripe­ti­zione della Leg­ge”: il Codice di Maimoni­de).
  •     Tra le basi di tale atteggiamento vedi le espressioni non proprio fraterne scagliate dal favoleggiato Padre Abramo/Abraamo contro il fido amministratore Eliezer, il quale, dopo che l’Altissimo ha espressamente vietato di unire Isacco ad una cananea, ha osato offrirgli la propria figlia: «Tu, Eliezer, sei uno schiavo e Isacco è nato libero: i maledetti non possono unirsi con i benedetti» (Genesis Rabbah 612-13 e 636-37, Midrash Hagadol Genesi 388-89 e 770-71). Ed an­cora, accogliendo sospettoso Rebecca dopo quella caduta dal cammello che l’ha deflorata («Mio si­gno­re, mi sono spaventata vedendovi apparire a quel modo, e sono caduta a terra dove uno spunzone del cespuglio mi è penetrato fra le cosce»… cosa davvero credibile, visto che capita tutti i giorni ancor oggi), rivolto ad Isacco: «Gli schiavi sono capaci di qualsiasi tradimento. Porta questa fanciulla nella tua tenda e assicurati che sia ancora vergine, dopo questo lungo viaggio in compagnia di Elie­zer!» (Yalqut Genesi 109, Midrash Hagadol Genesi 366 e 30-70, Genesis Rab­bah 651-53, Midrash Agada Genesi 59-60, Midrash Leqah Tobh Genesi 111, 113, Me­khiltà de-Rabbi Shimon 45, Sepher Daat Zeqenim 13d e 14b, Sepher Hadar Zeqenim 9b; per la cronaca, il buon compagnon de route Eliezer, che era stato quasi condannato a morte per quel sospetto crimine, a ricompensa viene preso dall’Eterno in Paradiso, benché ancora vivo).

Ciononostante, lo ritenessi di qualche utilità per ammorbidirLe la tradizionale cervice, sarei disposto ad inviare qualche riga a un Bet din – ignoro la giurisdizione rabbinica di competenza – affinché La richiamassero alla proverbiale onestà che affligge i Suoi congeneri.

Nell’attesa che la pena irrogataLe consista nella lettura di una ventina – ma, volendo, anche più – di testi sull’Immaginario Olocaustico, dei quali vorrà poi stendere, in buon italiano, un non pregiudiziale riassunto, mi dichiaro pronto a segnalarLe i migliori titoli. Ho però la vaga impressione che l’offerta non verrà presa in considerazione.
E spalanchi la mente! Butti al macero sia il Grande Hilberg dai piedi d’argilla che l’ololibellistica minore. In particolare la «filosofa» Donatella Ester Di Cesare (splendido il purimico «Ester»!). Della quale peraltro condivido l’indignazione per essere stata definita maliziosamente «la personificazione dell’idiozia» e «faccia da cartomante, da medium che fa le sedute spiritiche».

Non si tratta così una non-shiksa! La comprendo, povera crista, anche se, come tanti Suoi congeneri, persevera a becerare sugli Olodenti, gli Olocapel­li, gli Olospazzo­linidadenti fatti di Olocapelli, gli Olobottoni fatti con le Oloossa, le Oloceneri, le Oloprote­si­dentarie, i cumuli di Oloscarpe, le Oloossa, gli Olo­paralu­mi, gli Ologuanti e gli Olopan­ta­loni in Olopelle, gli Olooc­chi infilzati a mo’ di farfalle, gli Olote­sticoli fatti addentare dai cani o per i quali vengono appesi gli Olostermi­nandi, i cumuli di Oloocchiali e di Olo­anelloni, gli Olosgabel­li fatti di Oloossa, gli Olomate­rassi fatti di Olocapelli, gli Olofertilizzanti fatti di Oloceneri, le Olofiamme vampeggianti dagli Olocamini, e via dicendo.

Sperando di brindare presto con Lei alla vittoria di tutti i popoli liberati dall’oppressione us-raeliana, in prima fila l’eroica Siria di Bashar al-Assad, resto in attesa di una Sua resipiscenza.

Gianantonio Valli

Cuveglio, 24 agosto 2012

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