Quarta lettera aperta del dott. Valli a Stefano Gatti: “Ci tenga al corrente sui 300.000 euro annualmente versati al CDEC…”

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Riceviamo e pubblichiamo la:

Quarta lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti

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* * * Gentile signor Stefano Gatti,

considerata la Sua inurbanità nel persistere a negarmi, dopo avermi provocato, una giustificazione razionale per il famigerato aggettivo, avrei fatto a meno di rivolgermi nuovamente a Lei. Anche perché penso di averLe ormai procurato adeguata fama all’interno del popolo goyish.

Sollecitato tuttavia da qualche mio sodale interessato alle Sue vicende esistenziali, torno a chiedere ragione a Lei e alla Sua congrega di succhiasoldi. Risponda quindi, almeno per rispetto del contribuente italiano. Ci dica, ci tenga al corrente su quanti dei 300.000 euro annualmente versatiLe – certo, non per qualche personale bagordo, ma per la benemerita caccia a quelli che il CDEC taccia di «neonazismo» – sia venuta a costare l’indagine sulla manifestazione milanese del 14 luglio in favore del popolo siriano. E questo senza dire del batticuore provocatoLe da tanto ardire.

Ovviamente, si tratta di un finanziamento più che legale – non uso, come vede, l’aggettivo legittimo. So bene che tra i plaudenti promotori e sostenitori parlamentari del Doveroso Obolo non ci sono solo i Suoi congeneri, ma tutta una pletora di moscelnizzanti, in prima fila il Grande Subacqueo Allampanato – kippà sul cranio anche nelle immersioni? E tuttavia mi permetta di complimentarmi con qualcuno dei più attivi dei Suoi, quali gli onorevoli Alessandro Ruben, Fiamma Nirenstein, Luca Barbareschi, Giulia Bongiorno, Paolo Guzzanti, Emanuele Fiano e Luciano Violante. Di essi vorrei anzi ricordarLe qualche cenno biografico. E mi cito:

Alessandro Ruben, avvoca­to, consigliere UCEI, vicepresidente del Benè Berith Italia, dal gennaio 2005 presidente della sezio­ne italiana della Anti-Defamation League, il 12 aprile 2008 deputato per il berluscofinico Popolo della Libertà, passato poi al gruppo finiota Futuro e Libertà; eponimo del d.l. che nel novembre 2009 assegna 300.000 euro annui agli occhiuti della onlus CDEC Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea per «monitorare» l’«antisemitismo»: «Tale importante finanziamento è stato assegnato, in uno spirito bipartisan dall’intero Parlamento, riconoscendo al cdec un valore culturale, educativo e di ricerca storico-documentaristica di alta rilevanza sociale», inneggia Shalom  n.11/2009.

Fiamma Ni­renstein, ex comunista autodefinita «ebrea e per di più agno­stica», padre «polacco» Alberto/Aron Nirenstain/Ni­ren­stein e madre «fio­rentina» Wan­da Lat­tes del Corriere della Sera, sposa dapprima al goy Franco Camarlinghi as­sessore picista a Firenze, città alla cui testa il centrodestro Forza Italia la candida nel maggio 2004, e poi a un colonnello del Mossad), fon­datrice della rivista fem­minista Rosa, giorna­lista a Paese Sera, L’Eu­ro­pe­o, L’Espres­so, L’Indi­pen­dente, La Stam­pa, di cui è edito­rialista e inviata con sede a Gerusalemme, Epoca, Pa­no­rama e il Giornale, consu­lente vicedi­retto­riale del Liberal mensile, codi­ret­trice di liberal settimanale, autri­ce di special TV di storia contem­poranea, tra cui il settimanale d’attualità internazionale Mondo su Raidue nel 2005, nel 1992-94 a capo del­l’Istituto Italia­no di Cultu­ra a Tel Aviv, nel 2001 tenutaria di lezioni di Storia del Vicino Oriente alla facoltà di Scienze Politiche della romana LUISS, il 12 aprile 2008 eletta deputata a Genova per il berluscofi­nico Partito della Libertà e vicepresidente della Commissione Esteri.

Luca Barbareschi, di madre ebrea, attore, imprenditore televisivo di successo e deputato del destrorso PDL, nel 2010 tra i più ràbidi transfughi nel finiota FLI Futuro e Libertà per l’Italia, poi rientrato in più remunerativi ranghi.

Giulia Bongiorno, avvocatessa, deputata il 21 aprile 2006 nelle file di Alleanza Nazionale, rieletta nel 2008 nelle liste del Popolo della libertà, presidente della Commissione Giustizia della Camera, nel luglio 2010 lascia il gruppo parlamentare del PDL per aderire al FLI di Gianfranco Fini.

Paolo Guzzanti, segre­ta­rio sezionale PSI a Roma «destro» e poi «sinistro» e poi ancora «destro», ammirevole specialista nelle trasmigrazioni: membro dell’effimero democristico Patto Segni, senatore del berlusconico Forza Italia, deputato del berlusconico Popolo delle Libertà, all’opposizione antiberlusconica nel riesumato effimero Partito Liberale Italiano, poi nell’indefinito antiberlusconico Polo della Nazione, poi nell’altrettanto effimera Iniziativa Responsabile, poi di nuovo nelle file berlusconiche; attivo anche su Avanti!, La Stampa e Shalom, confidente del Quirinalizio Cossiga, telecommenta­to­re, vicedi­retto­re de il Giornale col fine, confessa a Claudio Sabelli Fioret­ti, di condurlo, coi direttori Mario Cervi e Maurizio Bel­pietro, «su posizioni sempre più liberali e netta­men­te anti­fasci­ste», nel maggio 2001, da senatore forzitalista, presiede la commissio­ne sul «dossier Mitrokhin», la documentazione dell’ex archivista sulla «colla­bo­razione» offerta al KGB da politici, giornalisti e professionisti italiani; ne riportiamo l’isterismo platealmente espresso nel sito essereliberi.it  il 16 luglio 2006 quanto ai massacri israeliani compiuti dal cielo sul Libano: «Voglio urlare a Israele: vai e colpisci, ovun­que essi siano, vai e fai quello che un Occidente menti­tore e senza spina dorsale non ha il co­rag­gio di fare [...] io voglio gridare, voglio esalta­re la guerra di Israele. Voglio che Isra­ele con mano chi­rurgica e ferma colpisca e cau­terizzi, che con mano pietosa di­strug­ga col fuoco, voglio che Israele non abbia pietà degli equivicini, degli equidistanti, dei mascalzoni [...] I piloti devono avere occhi ben aperti, gli occhi di chi non può concedersi emo­zioni, le mani devono essere ferme sulle leve e i joy stick nei carri ro­venti che maci­na­no la terra e la sabbia, le mani che guidano i motori diesel, le mani che stringono le armi e che vuotano carica­to­ri, le menti gelide nel deserto rovente [...] Oh Israele se soltanto potessi marciare nella tua guerra [...] e far tuonare il corto cannone che non sbaglia mentre il cielo viene tagliato a lama di coltello dai nostri jet».

Emanuele Fiano, figlio dell’olo­scampato olopropagan­dista itinerante Nedo – a sua volta cognato del brigatista «polacco» Alberto/Aron Nirenstain/Nirenstein – nel 1996 candidato­de­pu­ta­to a Milano per L’Ulivo, nel­l’aprile 1997 consigliere comunale «indipen­dente» dei neocomuni­sti DS Democratici di Sinistra, nel 1998-2000 presidente della Comunità milanese, nel maggio 2001 ca­pogruppo neocomu­ni­sta: «È una delle risorse su cui la Quercia mila­ne­se punta mag­giormente.­ Ha coor­di­nato la realizzazio­ne del pro­gramma per Milano del partito» (mentre il suggestivo Fiano è capogrup­po DS, il confratello Fe­deri­co Otto­lenghi ne è il segretario provincia­le), nel giugno 2004 candidato DS alla Provincia, dall’a­pri­le 2006 deputato DS/PD sulle orme ideatoriorepressi­ve del decretomancinico Enrico Modigliani, membro del COPASIR Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica.

Luciano Violante­, nato in Etiopia da «padre comunista, madre ebrea, uno zio morto a Mauthausen» (così Gio­vanni Fa­sa­nel­la), magistrato allevato a Torino dal capo-giudice istruttore ex partigiano giel­li­sta Mario Carassi (en passant, Carasso è cogno­me sefardita), fautore dell’«interpre­tazione evolutiva del diritto» («Quando si trattava di giudicare dei poveri diavoli come i ladri d’auto, io e l’altro giudice a latere mette­vamo in minoranza il presidente»), persecutore non solo del «neofascista» Movimento Politico Ordine Nuovo di Torino (accuse per omicidio e stragi, poi tutte giudicate infondate seppure obtorto collo, persino dopo diciassette anni di percorsi giudiziari: «Nessun atto di violenza, di minaccia, di provocazione, come riconosciuto in sentenza; nessun contat­to con uomini politici o militari; nessuna risorsa economica; attività politica svolta alla luce del sole; mai avuto incidenti di sorta con avversari politici. La Corte d’Assise e la Corte d’Assise d’Appello, e le relative giurie popola­ri, giudicano sulla base dell’as­sur­do puzzle composto dal Giudice Istruttore e militan­te del PCI Luciano Violante, che su questo processo co­struisce le sue personali fortu­ne politiche: false testimonian­ze, perizie calligrafiche compiacenti eseguite su delle fotocopie anonime, “documen­ti” arbitraria­mente attri­bui­ti», scrive Salvatore Francia, uno dei perseguita­ti), ma anche dell’ex partigia­no liberale anticomu­nista Edgardo Sogno Rata del Valli­no, incarcerato per «golpi­smo» il 5 maggio 1976, scarcerato il 19 giugno se­guen­te e pro­sciolto infine dal giudice istrut­tore il 12 settembre 1978 («Questo piccolo Vishinskij, gnomico Vi­shinskij, almeno una cosa è riuscito a dimo­strare: il grado di assoluta sco­stu­matezza che in un certo periodo vigeva nel nostro paese. Ha dimostra­to come co­mu­nisti trave­stiti da magistra­ti sono riusciti in democra­zia a inti­midire, mi­nacciare, incar­cerare, persegui­tare oppositori solo perché la pensavano in modo di­verso», commenta, per una volta tanto equilibrato, il Quirinalizio Francesco Cos­siga in una intervista al Gr1 trasmessa il 20 maggio 1991), mente giuridi­ca delle «leggi antiterro­ri­smo» al ministe­ro della Giustizia («colle­gò la magistratura al PCI, che si fece garante dello Stato [...] agì non sulla base delle regole del diritto, ma attraverso l’uso delle leggi eccezionali e delle sentenze esem­pla­ri», commenta, poi smentendo, il picista poi neoco­munista «ereti­co» goy Emanuele Maca­lu­so), «crea­tore» dei sinistri giu­dici costitu­zio­na­li scalfaroni Gui­do Neppi Modona certo confrère e Gustavo Zagre­belsky valdese e pos­sibile (il fratello Wla­di­mi­ro vicepresiede il Consiglio Su­periore della Magi­stratura, l’organo sin­da­cale dei magistrati, ed è direttore generale dell’organiz­zazione giudiziaria e degli Affari Generali al ministero flickiano di Grazia e Giustizia, «il numero uno operativo del­l’in­tero ministero»), capo della com­missione Giusti­zia del PCI-PDS e di quella An­ti­mafia, nel 1996-2001 presidente della Camera, cioè terza carica dello Stato, nel 2001-06 presidente del gruppo DS alla Camera, indi presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera.

E La rassicuro, non si spacchi la testa a cercare streghe «neonaziste» o tenebrosi informatori da tacciare di incitamento al cosiddetto «odio razziale». Tutte le informazioni di cui sopra sono di pubblico dominio, ricavate dai vanti dei singoli ai più diversi giornalisti, dalle fonti indicate o da internet. Quanto a «moscelnizzanti», ecco l’estratto esplicativo:

Il termine «moscelnizzanti», coniato sulla scorta del verbo tedesco mau­scheln (disceso dal nome Moishe/Mosè, quintessenza di elezione, equiva­lente a jüdeln = «parlare con accento yiddish» e, per traslato, «parlare/at­teggiarsi­/comportarsi da ebreo», «parlare con accento ebraico o al modo degli ebrei» nonché popolarmente, continua, con venatura «anti­semitica», il dizio­na­rio Bidoli-Coscia­ni: «mercan­teg­giare, truffa­re»), apparso per la prima volta in Germania nel 1622 in un manifesto diretto contro i coniatori cristiani di cattiva moneta ed entrato nell’uso a partire dalla parodia letteraria del «saggio» Na­than lessinghiano fatta da Julius von Voss in Der travestierte Nathan der Weise (1804), riguarda i più fervi­di giudeo-rispettosi esemplari goyish. Come li riguardano le espressioni juifs honoraires (da noi usata, ma sicuramente in voga più o meno catacombale da decenni e in ogni caso fieramente rivendicata da un goy della stazza di Claudio Magris), «Gesinnungsjuden, ebrei per mentalità», coniata dal pedagogo Wilhelm Dolles nel 1921, e «Weiße Juden, Ebrei Bianchi», resa famosa da un articolo apparso il 15 luglio 1937 sul settimanale delle SS Das Schwarze Korps. O anche, con l’intellettuale fascista Telesio Interlandi in Contra Judaeos (1938): «gli apparentati degli ebrei, gli associati degli ebrei, i succubi degli ebrei e gli imbecilli di cui gli ebrei hanno l’arte di circondarsi». O, più modernamente con l’indomito Ariel Toaff: i «piaggiatori in buona e malafede», i «soliti pietosi compagni di viaggio che si interessano degli ebrei solo come vittime perennemente passive», gli «avvocati d’ufficio» delle Comunità. Servi tutti, aggiungiamo, ben più odiosi di coloro – i «Fratelli Maggiori» del Vicario «Polacco», i «Fathers in faith, Padri nella fede» del suo successore «tedesco» Baruch il Rieducato – che per nascita e crescita, è la loro natura, sono condannati a nutrirsi di odio e protervia.

Concludo, non per Lei, che avrà certo assorbito col latte materno quanto segue, rinculcatoLe poi per l’intera Sua vita, ma per i miei venticinque lettori, con una simpatica nota:

Ad eccezione dei personaggi non-ebrei presupposti noti come tali al lettore medio, indicheremo, quando non lo si evinca dal testo, i non-ebrei coi termini «gen­ti­le­/i» o, more haebraico, globalmente shkotzim (appellativo spregiati­vo apparentabile a «froci» e similari) o, più gentilmente, specificamente goy e goyim per i maschi e goyah per le femmi­ne, o con agget­ti­vo indifferenziato go­yish, dal valore anche di «infedele». Semplicemente stupendo l’eno­chi­co Libro dei Giubilei XV 26 definendo i non-ebrei: «figli della distruzio­ne».

La lingua e­braica ha invero tutta una gamma di espressioni, atte per i più diversi mimetismi: nokhri/nokhriyah e ben nekhar «forestiero/forestiera» e «figlio di un paese stra­niero», issah zarah «straniera idolatra», orel/orelte «uo­mo/donna non cir­conciso», yok/ya­ikelte (inver­sio­ne onomato­peica di goy) e shai­getz/shiksa «uomo/don­na abominevole»; la radice di shiksa, e del suo diminuitivo shikselke «piccolo abominio» o «puttanella», dai biblici shekets/ sheqetz e shiqquts, vale «abomi­nazio­ne, impuri­tà, car­ne di animale interdetto» al pari di tohe­vah, «cosa dete­stabile»; l’israeliano Megid­do Modern Hebrew-English Dictio­nary spiega il termine shaigetz/shik­sa come «wretch, persona spregevole», «unruly young­ster, giova­ne scapestrato­/a» e «Gentile youngster, giovane non-ebreo/a»; pari­menti, Rabbi Daniel Gordis ci avverte che, al pari del ma­schile sheigitz e del neutro goy (che, seppur inteso come “nazio­ne”, possiede nell’uso corrente «ugly overtones, brutte connotazioni»), il termine shiksa «has a terribly derogatory connotation, ha una connota­zione decisamente spregia­tiva».

Termini altrettanto corte­si a indicare una non-ebrea sono niddah, shif­tah e zonah, cioè, rispettiva­men­te: «macchiata da mestrua­zioni» (da cui: «cosa contaminata/or­ren­da»), «schia­va» e «prostituta». Simpaticamente, per il giudaismo orto­dosso, se una donna nata da madre non-ebrea perde, convertendosi, i primi due appella­tivi, non perde il terzo. Per quanto converti­ta, la shiksa resta una prostituta. Fino alla morte.

Puntuale quindi Giacomo Leopardi: «La nazio­ne Ebrea così giu­sta, anzi scrupolosa nel suo interno, e rispetto a’ suoi, vediamo nella scrittura come si portasse verso gli stranieri. Verso questi ella non aveva legge; i precetti del Decalogo non la obbligavano se non verso gli ebrei: ingannare, conqui­stare, opprime­re, uccidere, sterminare, derubare lo straniero, erano oggetti di valore e di gloria di quella nazione, come in tutte le altre; anzi era oggetto anche di legge, giacché si sa che la conquista di Canaan fu fatta per ordine Divino, e così cento altre guerre, spesso all’apparenza ingiuste, co’ forestieri. Ed anche oggidì gli Ebrei con­ser­vano, e con ragione e congruenza, questa opinione, che non sia peccato l’inganna­re, o far male comunque all’esterno, che chiamano (e special­mente il cristiano) Goi [...] ossia ” gentile” e che presso loro suona lo stesso che ai greci barbaro: [...] riputan­do peccato, solamente il far male a’ loro nazionali» (Zibaldone 881-2).

            Rinnovando gli auspici che possa anch’Ella, coi Suoi congeneri, gioire per la prossima vittoria del popolo siriano, stretto intorno al suo presidente Bashar al-Assad, contro i delinquenti armati dalla feccia del peggiore Occidente, resto sempre in attesa di motivata risposta.

Cuveglio, 9 settembre 2012

Quarta lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti

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