Noam Chomsky: Libertà di Parola

Noam Chomsky, 20 ottobre 2010:

discorso alla Conferenza di Istanbul sulla “Libertà di Parola”

Fonte: http://www.znetitaly.org./

Ripreso con maggiori commenti e contributi da:

http://civiumlibertas.blogspot.com/2010/11/noam-chomsky-discorso-alla-conferenza.html

Il titolo di una delle nostre precedenti sessioni era Cogito, “Penso”. Può essere utile per ricordare che anche più fondamentale della libera espressione è il diritto di pensare. E che esso non è stato privo di sfide. Proprio qui, ad esempio. Suppongo che il caso più famoso sia quello di Ismail Besikci che ha sopportato molti anni di prigione con l’accusa di aver commesso “crimini del pensiero”. E, anche peggio, per aver osato mettere in parole i suoi pensieri nella sua documentazione dei crimini contro i curdi in Siria, Iran, Iraq e infine in Turchia, offesa, quest’ultima, imperdonabile.

Sono certo che conoscete i fatti meglio di me e dunque non li riassumo. Se quest’uomo coraggioso e onorevole avesse sofferto questa esperienza traumatica in Russia, o in Iran dopo il rovesciamento dello Scià, o in qualche altro stato nemico, sarebbe conosciuto e onorato a livello internazionale e l’indignazione contro la brutalità dei suoi aguzzini non avrebbe limiti. Ma non in questo caso. Un motivo consiste nel fatto tra i suoi crimini vi è quello di aver rifiutato un premio di 10.000 dollari del Fondo per la Libera Espressione U.S.A. per protesta contro l’appoggio di Washington alla repressione turca. Le persone rispettabili capiscono che questo è un argomento che “non sta bene” menzionare, per prendere in prestito dalla introduzione non pubblicata di Orwell alla Fattoria degli Animali che ho citato ieri. Certamente non stava bene menzionare il fatto che Clinton stava fornendo il 90% degli armamenti mentre il terrorismo di stato turco nel Sud-Est raggiungeva livelli sconvolgenti negli anni ’90, con il flusso che aumentava con l’aumentare delle atrocità toccando il suo picco nel 1997 quando gli Stati Uniti hanno inviato più armi in Turchia che non nell’intero periodo della Guerra Fredda e sino all’inizio dell’insurrezione. In particolare non starebbe bene menzionare il fatto che nello stesso anno, il 1997, la politica estera di Clinton entrò nella “fase nobile” con un’”aureola di santità” secondo un famoso corrispondente del New York Times che ha offerto così il suo contributo a un coro di autoincensamento degli intellettuali occidentali che davvero può essere privo di paralleli nella storia. Questo episodio disgraziato è stato un contributo postbellico da parte delle classi intellettuali dell’Occidente inteso a dare giustificazione all’espansione della NATO e a fornire qualche nuovo pretesto per l’intervento dopo il collasso della tradizionale pretesa dell’arrivo dei russi. In virtù del mandato ri-dichiarato, gli autodesignatisi “stati illuminati”, diretti dai loro nobili condottieri di Washington, devono ora scartare la male indirizzata “vecchia struttura anti-interventista” istituita dopo la seconda guerra mondiale. Devono essere pronti ad agire quando ritengono che la causa sia giusta e non dovrebbero essere “intimiditi dalla paura di distruggere qualche patetico tempio immaginario della legge venerato dalle prescrizioni anti-interventisti sancite dalla Carta delle Nazioni Unite”.

Sto citando un eminente professore liberale della prestigiosa Fletcher School of Diplomacy che, tuttavia, è stato solo uno in un grandioso coro che comprende molte delle più famose e riverite figure del Pantheon occidentale. Chiaramente, una simile missione non può essere contaminata dai meri fatti, tra i quali il massiccio sostegno di Clinton alle terribili atrocità turche non è stato neppur lontanamente il più orrendo.

Ma non è rimasto privo di contrasto neppure il pensiero inaccettabile privo del crimine aggiuntivo dell’essere stato espresso. Le torture dell’Inquisizione della chiesa cattolica, i giudizi di Dio della common law inglese e strumenti simili dell’Europa medioevale e della prima modernità erano stati inventati per scoprire e punire i pensieri inespressi, le eresie nascoste. E per certi aspetti ciò rimane vero anche per la tortura contemporanea, comprese le pratiche degli stati illuminati: di certo le torture che hanno avuto luogo a Guantanamo, Bagram e in altre basi USA e nei paesi scelti da Bush e Obama per le ‘consegne’ (‘rendition’ nell’originale – n.d.t.) – ovvero torture – con le consolatorie affermazioni che gli stati torturatori a cui le persone venivano consegnate avevano fornito assicurazioni che i prigionieri sarebbero stati trattati con la massima umanità. La pretesa ufficiale è che le procedure di interrogatorio duro – le torture, a essere sinceri – sono uno sforzo per ottenere informazioni, cioè pensieri che risiedono nella mente delle persone, anche se inespressi. Può valer la pena di notare che gli inquisitori più rispettati e di maggior successo, come Matthew Alexander, considerano queste procedure con disprezzo, imputando loro l’incapacità di ricavare informazioni utili e, di fatto, di creare dei terroristi; essi raccomandano che gli Stati Uniti adottino le pratiche molto più efficaci utilizzate da società più civilizzate, come l’Indonesia.

Ma i capi degli stati illuminati preferiscono la tortura per scoprire i delitti di pensiero. A Guantanamo, si è appreso, le torture peggiori sono state pretese dai più elevati livelli del governo, da Dick Cheney e Donald Rumsfeld, nella loro fanatica ricerca di prove che collegassero Saddam Hussein e Osama bin Laden e fornissero così qualche straccio di giustificazione per la loro invasione criminale dell’Iraq.

Lo stesso vale per azioni meno brutali da parte degli stati, quali il significativo aumento delle intercettazioni in gran parte del mondo. Ciò comprende anche una intensa campagna nei diversi anni scorsi nelle province orientali della Turchia in particolare dirette contro il Partito della Società Democratica (DTP), partito che è “considerato la rappresentanza legale di curdi nel processo per la soluzione della questione curda”, secondo le parole di Emin Aktar, il capo della Diyarbarkir Bar Association (associazione di assistenza legale per i diritti delle donne – n.d.t.). Le informazioni raccolte sono state la base per l’ondata di arresti e di gravi incriminazioni contro gli attivisti non violenti del partito poco dopo che questo aveva conseguito una sbalorditiva vittoria alle elezioni municipali del marzo 2009. Tali azioni hanno “distrutto la speranza in una soluzione pacifica” a questo lungo e amaro conflitto, come ha commentato Aktar.

Una conseguenza è stato il processo, in programma per la prossima settimana, di 151 degli attivisti che sono stati imprigionati, alcuni per lunghi periodi. Tra di essi vi è Muharrem Erbey, vicepresidente dell’Associazione per i Diritti Umani in Turchia, che è stato detenuto per quasi un anno sotto l’accusa di “appartenenza a un’organizzazione terrorista”, accusato di delitti quali l’aver parlato degli abusi contro la popolazione curda sul canale governativo statunitense Voice of America. Secondo il testo dell’incriminazione ufficiale, descrivendo gli abusi ben documentati ha mirato a “mettere il nostro paese in una posizione difficile nei contesti internazionali affermando che lo stato ignora il supposto maltrattamento del popolo curdo nelle province occidentali da parte della polizia e dei soldati”, un segreto che è arduo definire ben protetto. Le accuse comprendono anche il lavoro che Erbey ha portato avanti con l’ambasciata olandese e con il Centro Internazionale Olof Palme in Svezia. E’ anche accusato di aver cercato di trovare dei medici per curare persone ferite durante le dimostrazioni. Dovrà presentarsi al processo anche Osman Baydemir, rieletto a larga maggioranza sindaco di Diyarbakir nelle elezioni che sembra abbiamo scatenato l’attuale ondata di repressione che alcuni analisti considerano una vendetta per la vittoria elettorale del DKP, conclusione che sembra sin troppo plausibile. Baydemir rischia 33 anni di prigione per discorsi e azioni simboliche. La sentenza potrebbe anche essere considerata mite in confronto, ad esempio, a quella contro Vedat Kursun, ex redattore dell’unico quotidiano turco in lingua curda, al quale sono stati comminati 166 anni di prigione per “propaganda a favore di un’organizzazione terroristica”. Persino questo può essere considerato come segno della clemenza dei tribunali; un pubblico ministero dell’Alta Corte di Giustizia di Diyarbakir ha chiesto una sentenza di 525 anni di prigione sulla base di un’accusa di “sostegno e favoreggiamento” a un’organizzazione criminale e “glorificazione di crimini e criminali”. Il suo successore, come redattore, è stato condannato a 21 anni per delitti simili (Kurdish HR Report Legal Review, KHRP 2010 17 KHRP LR). Di speciale significato, per me personalmente e per il mio collega al MIT John Tirman, direttore del Centro di Studi Internazionali al MIT, sono i molti processi al proprietario della casa editrice Aram, Fatih Tas, per “insulto all’identità turca” avendo pubblicato traduzioni di nostra documentazione del massiccio sostegno USA ai crimini turchi contro i curdi, crimini che sono certo di non aver necessità di riassumere qui: 21 casi in giudizio a tutto luglio 2006, secondo le informazioni più recenti di cui dispongo.

Le intercettazioni e altre forme di sorveglianza non sono ovviamente limitate alla Turchia. Esse sono prevalenti nell’Occidente illuminato. Molti dei limiti imposti anni fa negli Stati Uniti sono stati rimossi dai presidenti Bush e Obama nonostante i tribunali abbiano reso vani alcuni dei loro sforzi, più recentemente il tentativo del Dipartimento della Giustizia di Obama di giustificare le intercettazioni illegali appellandosi alla necessità di proteggere “segreti di stato”, in questo caso di proteggere i crimini dalla rivelazione i crimini dell’amministrazione Bush. In questo e in altri casi Obama si spinge addirittura più in là di Bush nella violazione di diritti civili attraverso mezzi illegali, secondo le giuste accuse di molti libertari.

Nelle mie note di apertura e di nuovo nella sessione Quo Vadis ho citato il fatto che i diritti si conquistano con la lotta, non sono doni dall’alto, e devono essere difesi nello stesso modo. Come ha avvertito l’artefice della Costituzione USA, James Madison, la barriera di una pergamena non offre protezione contro la tirannia. Le parole sulla carta non sono sufficienti, come ci informa, in modo molto eloquente, la storia. Ho anche suggerito che gli Stati Uniti e la Turchia servono da buoni esempi. Forse può essere utile approfondire questi commenti.

Osservare che le parole non bastano e che anche quando i diritti sono conquistati sulla carta debbono essere difesi con vigilanza, si applica non solo alla libertà di parola ma anche più un generale. Si potrebbe pensare, ad esempio, che i diritti fondamentali degli americani siano garantiti dal quattordicesimo emendamento alla Costituzione americana, deliberato nel 1868 con l’obiettivo principale di garantire diritti agli schiavi liberati anche se mai utilizzato a tal fine. La formulazione è davvero chiara. Afferma che nessuna azione dello stato può “privare qualsiasi persona della vita, della libertà o della proprietà senza un giusto processo legale, né negare ad alcuna persona nella propria giurisdizione la pari protezione da parte delle leggi.” Chiaro e inequivocabile, ma inaccettabile. I potenti e i privilegiati immediatamente considerarono il suo ambito troppo contenuto e troppo ampio. Il problema consisteva nel fatto che l’espressione “qualsiasi persona” poteva essere interpretato come riferito a ogni persona e questo è inaccettabile. Il tema rimane ancor oggi vivissimo.

I tribunali hanno deciso tanto tempo fa di estendere il concetto di “persona” ad includervi finzioni giuridiche collettive create e sostenute dal potere statale: le ‘corporation’ che ora dominano l’economia e la società e, sempre più, il sistema politico. Nel gennaio scorso i nominati da Bush alla Corte Suprema hanno rovesciato un secolo di precedenti e hanno acutamente ampliato il diritto delle ‘corporation’ di comprare le elezioni. Le motivazioni del verdetto si basano sull’idea che il denaro è espressione e le ‘corporation’ sono persone e dunque privarle del diritto di comprare le elezioni significherebbe privare queste persone fittizie dei loro diritti costituzionali alla libertà di espressione. Questi diritti ampliati di tirannie private sostenute dallo stato sono esercitati molto efficacemente nelle campagne per il congresso che sono in corso proprio ora in uno sforzo concertato di garantirsi che del Congresso si appropri un’ala estrema dei rappresentanti del mondo degli affari.

L’espressione “qualsiasi persona” nella Costituzione viene considerata non solo troppo contenuta ma anche troppo ampia. Presa alla lettera essa include anche stranieri privi di documenti; chiaramente delle persone, potrebbero pensare gli ingenui. Per rimediare a questo difetto della Costituzione i tribunali hanno limitato la nozione di persone al fine di salvaguardare il dominio dei diritti da queste creature di aspetto e forma umana. Non essendo persone, grazie alla saggezza della legge, non sono persone e dunque non godono dei diritti delle persone. Tutto ciò sta avendo oggi effetti molto più gravi nell’ondata di isteria contro gli immigrati che sta spazzando il mondo occidentale, uno sviluppo molto sinistro con conseguenze dolorose per coloro che, per giurisprudenza, sono esclusi dalla categoria delle persone.

Gli stessi principi si applicano al primo emendamento alla Costituzione USA che, a una lettura superficiale, sembra proteggere la libertà di espressione. Fino al ventesimo secolo, la protezione della libertà di espressione è stata raramente concessa dai tribunali. Dopo la prima guerra mondiale ci sono state alcune famose espressioni di sostegno alla libertà di espressione da parte di giudici della Corte Suprema, ma esse erano in disaccordo con le sentenze dei tribunali e si trattava di dissensi molto deboli. Persistevano violazioni gravi, coperte dai tribunali; tra esse il tristemente noto Smith Act, che bandiva l’insegnamento, la difesa, o le associazioni che, a giudizio delle corti, potevano incoraggiare il rovesciamento del governo, non diversamente dal tipo di ragionamento che il governo turco sta impiegando oggi nelle sue azioni repressive.

E’ stato solo 50 anni fa che la Corte Suprema ha cominciato ad arrivare a decisioni che hanno portato gli Stati Uniti oltre la soglia della protezione seria della libertà di espressione, in realtà ad un livello al di là di ogni altro nel mondo, per quanto a mia conoscenza. Dal 1959 al 1974 la Corte Suprema si è occupata di un numero di casi riguardanti la libertà di espressione superiore a quello della sua intera storia precedente, un riflesso della nuova attenzione ai diritti umani fondamentali. Il contesto era quello della crescita del movimento per i diritti civili. La prima vittoria maggiore della libertà di espressione si ebbe nel 1964 quando la Corte stroncò la legge emanata nel 1798 che stabiliva che la critica del governo è un delitto, la dottrina della diffamazione sediziosa. Va notato che tale dottrina rimane in vigore in altri paesi occidentali, comprese la Gran Bretagna e il Canada, nei quali è stata invocata di recente. La sentenza della Corte Suprema del 1964 ha fissato uno standard molto elevato per l’accusa di diffamazione. Ha rovesciato una causa per diffamazione intentata contro il New York Times per aver diffamato lo stato dell’Alabama pubblicando un’inserzione di Martin Luther King e di altri leader dei diritti civili che additava la brutalità dei funzionari legali razzisti. Di nuovo, la cosa dovrebbe risultare familiare qui.

Sotto l’impatto dell’attivismo degli anni ’60 la Corte è successivamente arrivata a uno standard persino più elevato, uno standard che credo sia unico nel mondo. Questa sentenza del 1969 bandisce solo le parole che incitino a una azione delittuosa imminente. Così, se tu ed io intendiamo rapinare un negozio e tu hai un’arma e io dico “spara”, questo non è protetto dalla legge. Ma a parte una circostanza simile, la libertà di parola è protetta. La dottrina è controversa ma, almeno secondo la mia opinione, stabilisce uno standard appropriato. Adottare uno standard simile sarebbe un segno di vero illuminismo.

In un’analisi della “storia e realtà della libertà di parola negli Stati Uniti” lo storico legale David Kairys sottolinea che “nessun diritto alla libertà di parola, nella legge o nella prassi, esisteva prima delle trasformazioni della legge” tra le due grandi guerre del ventesimo secolo. “Prima di allora, si poteva parlare in pubblico solo a discrezione delle autorità locali e a volte federali che spesso proibivano ciò che esse, la classe dirigente economica o altri segmenti potenti della comunità non volevano sentire.” Egli enfatizza come punto importante che “i periodi di protezione stringente e di ampliamento dei diritti e delle libertà civili corrispondono ai periodi in cui i movimenti di massa che rappresentavano una sfida credibile all’ordine esistente hanno preteso tali diritti” incluso il diritto alla libera espressione. I maggiori agenti della difesa dei diritti civili sono stati la sinistra, i sindacati e altri movimenti popolari, energicamente negli anni ’60.

Più in generale, per citare lo scrittore anarchico Rudolf Rocker in un classico studio di ottanta anni fa “i diritti politici non hanno origine nei parlamenti; sono, piuttosto, imposti ad essi dall’esterno. E anche la loro conversione in legge non è stata, per lunghi periodi, garanzia della loro sicurezza. Non esistono perché sono stati messi giù legalmente su un pezzo di carta, ma solo quando sono diventati il costume interiorizzato di un popolo e quando ogni tentativo di pregiudicarli incontra la resistenza violenta della popolazione.” Una versione più forte e dura del principio di Madison.

In conformità con questi principi il livello più elevato di protezione della libertà di espressione negli Stati Uniti è stato ottenuto al picco dell’attivismo, quarant’anni fa. Con il declinare dell’attivismo i tribunali hanno cominciato a incrinare queste protezioni. L’attacco più estremo alla libertà di espressione si è avuto appena l’anno scorso, sotto Obama, con il caso che Judith Chomsky ha trattato ieri: Holder contro Humanitarian Law Project. A sostegno dell’amministrazione Obama i giudici di estrema destra della Corte hanno assicurato al governo diritti di repressione che ci riportano in dietro di parecchi decenni. Le decisioni criminalizzano le espressioni, o qualsiasi altra azione, che il governo affermi possano offrire sostegno e incoraggiamento a organizzazioni sulla lista governativa dei terroristi, una dottrina legale decisamente familiare qui. Secondo gli standard lassi su cui Obama ha insistito, persino l’ex presidente Jimmy Carter potrebbe essere incriminato. Certamente possiamo esserlo Judith ed io, insieme con molti altri. Sono rimasto piuttosto sorpreso dal fatto che la difesa non abbia neppur chiesto alla Corte di considerare le forti sentenze degli anni ’60, che apparentemente sono oggi considerate troppo estreme. Il caso è passato quasi sotto silenzio se si eccettuano alcuni sostenitori delle libertà civili che lo hanno condannato.

Ma anche tali critiche sono state, nella maggior parte, troppo limitate. Raramente hanno contestato la validità della stessa lista. La lista è proclamata dal governo, virtualmente senza un’analisi indipendente o qualsiasi necessità di argomenti a sostegno. Come ci si può attendere in circostanze simili, la lista è molto arbitraria e riflette esigenze politiche contingenti. Solo per considerare un caso, nel 1982 l’amministrazione Reagan decise di fornire un appoggio diretto all’invasione dell’Iran da parte di Saddam Hussein. Per farlo dovette rimuovere l’Iraq dalla lista degli stati sostenitori del terrorismo. Ne seguì la visita a Bagdad di Donald Rumsfeld per mettere a punto aiuti di cui aveva disperatamente bisogno il tiranno sanguinario che, come sapete, andò avanti con l’uso di armi di distruzione di massa, macellando centinaia di migliaia di iraniani per poi volgere le armi contro i curdi iracheni con conseguenze letali, sempre con il sostegno di Washington; l’amministrazione Reagan mise al bando le proteste e cercò persino di attribuire i crimini all’Iran. Infine, gli Stati Uniti entrarono in guerra direttamente costringendo l’Iran alla capitolazione. Ciò non mise fine alla corrispondenza amorosa con Saddam. Nel 1989 il presidente George Bush Numero 1, non solo ampliò gli aiuti ma invitò anche negli Stati Uniti ingegneri nucleari iracheni per un addestramento avanzato nello sviluppo di armamenti nucleari. Nell’aprile del 1990 Bush inviò un’alta delegazione senatoriale in Iraq, capeggiata dal senatore Robert Dole, il candidato presidente repubblicano sei anni dopo. La loro missione consisteva nel portare i caldi saluti del presidente al suo buon amico Saddam e ad assicurargli che poteva ignorare i commenti critici di alcuni giornalisti statunitensi che non potevano essere messi a tacere a causa delle fastidiose protezioni della libertà di espressione. Alcuni mesi dopo Saddam fece il suo primo errore, disobbedendo agli ordini, o forse fraintendendoli, e invase il Kuwait. Immediatamente egli fece l’estrema transizione da amico e alleato favorito a novello Hitler. Non è necessario andare oltre questo punto nel racconto.

Quando Saddam fu processato e condannato sotto l’occupazione militare USA, i suoi peggiori crimini furono ignorati completamente, forse perché si sarebbero spalancati troppi armadi di scheletri. Fu accusato di coinvolgimento indiretto in uccisioni che sono decisamente minori considerati i suoi standard, che avvennero nel 1982, l’anno in cui Washington lo adottò come amico preferito, cancellandolo dalla lista dei terroristi.

Quando Saddam fu rimosso dalla lista nel 1982, restò un buco da riempire. L’amministrazione Reagan aggiunse Cuba alla lista, forse a riconoscimento del fatto del fatto che le operazioni terroristiche su larga scala che l’amministrazione Kennedy aveva lanciato contro Cuba stavano toccando un nuovo picco comprendente l’abbattimento di un aereo di linea cubano con l’uccisione di 76 persone. Chi perpetrò l’attentato vive oggi felicemente in Florida, insieme con altri leader terroristi.

Tutto questo viene garbatamente soppresso, nell’Occidente in generale, dai media e dai commentatori per quanto io posso appurare, confermando il giudizio di Orwell sulla soppressione delle idee impopolari attraverso la subordinazione volontaria al potere.

Tale “ignoranza intenzionale”, come viene chiamata a volte, è consuetudine, una cosa che ci porta direttamente al significato pratico della libertà di espressione. I crimini del proprio stato sono tipicamente soppressi o ignorati, mentre quelli dei nemici suscitano grandi manifestazioni di angoscia e di stupore circa il fatto che gli esseri umani possano essere così malvagi. Ciò sembra essere quasi un principio universale della storia intellettuale, anche se vi sono alcune eccezioni. La Turchia è forse l’eccezione recente più straordinaria, come ho detto ieri. La patologia è rampante nelle libere democrazie occidentali, come è stato documentato fino alla nausea. E il fardello morale è chiaramente più elevato quando non vi è virtualmente alcuna punizione per chi dica la verità, certamente nulla di simile a ciò che affrontano le persone oneste in società molto più repressive.

Fornire esempi è fuorviante, perché il modello è pressoché uniforme. Ma ne fornirò uno solo per illustrare la prassi standard. Per molti anni, l’economista e critico dei media Edward Herman, ha studiato la copertura dei media riguardo a quelle che egli chiama vittime “meritevoli” o “immeritevoli”, le prime essendo quelle causate dalla violenza dei nemici e le seconde quelle causate dalla nostra, e perciò immeritevoli di attenzione. Come egli e altri hanno dimostrato a un livello di affidabilità che raramente si trova al di fuori delle scienze esatte, le vittime meritevoli suscitano un’enorme copertura e una grande manifestazione di angoscia e la loro sofferenza è utilizzata come giustificazione per l’aumento del ricorso alla violenza da parte nostra. Quelle immeritevoli, per contro, non vengono notate e finiscono tranquillamente dimenticate. Ismail Besikci è uno degli innumerevoli esempi di vittime immeritevoli. Il dissidente ceco Vaclav Havel è una vittima meritevole, famoso quasi al limite della reverenza per la sua coraggiosa difesa della libertà di espressione sotto il regime comunista per la quale soffrì diversi anni di prigione. Tra le molte vittime immeritevoli della stessa epoca ci sono sei intellettuali latino-americani, preti gesuiti, le cui teste furono fatte saltare da un battaglione di elite, in El Salvador, fresco di un rinnovato addestramento alla scuola speciale di guerra John F. Kennedy. Gli assassinii furono autorizzati dall’alto comando che era in contatti molto stretti con l’ambasciata USA. I fatti furono dapprima negati dall’ambasciata e poi rapidamente dimenticati. Con una certa giustizia, si potrebbe dire, perché questo fu solo un breve capitolo delle sanguinose guerre terroristiche di Reagan negli anni ’80.

In uno studio che sta per essere pubblicato Herman continua questo lavoro fornendo esempi simili a questi due recenti: Neda Agha-Soltan, di 27 anni, uccisa da un’arma da fuoco mentre partecipava a una manifestazione pacifica in strada a Teheran, nel giugno scorso e Isis Obed Murillo, di 19 anni, anch’essa uccisa da un’arma da fuoco mentre partecipava a una dimostrazione pacifica in Honduras, poco tempo dopo. Agha-Soltan è stata vittima di uno stato nemico. Si è meritata 736 articoli sui giornali e 231 servizi in televisione, alla radio e su altre fonti. Murrillo è stata vittima di un governo installato da un colpo di stato militare e riconosciuto dall’amministrazione Obama, ma da pochi altri. Si è meritata 8 articoli di giornale e un servizio di altro tipo. Il rapporto 100 a 1 non per nulla insolito.

A ulteriore sostegno della distinzione tra vittime meritevoli e immeritevoli, la denuncia della prassi standard, per quanto massiccia e per quanto grottesca, è praticamente priva di impatto. E’ relegata alla categoria delle cose che “non sta bene dire”, e nemmeno pensare. Simili misure di soppressione volontaria operano con una efficacia davvero impressionante. Esse gettano una chiara luce su quanta strada dobbiamo percorrere, negli stati autodefinitisi illuminati, per una vera realizzazione del diritto alla libertà di pensiero e di espressione. Anche in questi stati, che hanno realmente registrato considerevoli progressi nel corso degli scorsi secoli, c’è bisogno di molto di più che non le leggi formali e le sentenze delle corti. Quella di cui c’è bisogno è una cultura della libertà e dell’indipendenza intellettuale, una cultura di una democrazia funzionante.

Si potrebbe pensare che ciò non sia un problema nei paesi occidentali, in particolare negli Stati Uniti dove i leader politici e i commentatori proclamano appassionatamente la dedizione di Washington ad estendere a tutto il mondo la benedizione della democrazia. Messa così, la storia quadra. Ma, di nuovo, è utile ricordare i moniti di Orwell. La storia ha una qualche validità? La politica USA è stata davvero guidata dalla dedizione all’avanzamento di una cultura democratica nella quale la libertà di espressione e gli altri diritti possano prosperare?

La materia è stata oggetto di seri approfondimenti da parte di studiosi. Lo studio accademico più esteso è quello di Thomas Carothers, ex capo del Progetto per la Democrazia e la Legge del Fondo Carnegie per la Pace Internazionale (nell’originale, rispettivamente, Law and Democracy Project e Carnegie Endowment for International Peace – n.d.t.). Carothers si definisce un neo-reganiano e fortissimo sostenitore della promozione della democrazia. Ha servito presso il Dipartimento di Stato di Reagan, lavorando alla promozione della democrazia. Egli considera questi programmi “sinceri” anche se “un fallimento” e un fallimento sistematico. Egli spiega che dove l’influenza USA è stata minore, nel cono meridionale dell’America Latina, il progresso verso la democrazia è stato maggiore, a dispetto dei tentativi di Reagan di impedirlo abbracciando i dittatori di destra. Dove l’influenza USA è stata più forte, nel regioni vicine, il progresso è stato minore. La ragione, spiega Carothers, sta nel fatto che Washington ha cercato di conservare “l’ordine fondamentale di quelle che, almeno storicamente, sono società decisamente non democratiche” e di evitare “il cambiamento a base popolare in America Latina, con tutte le sue implicazioni di turbamento dell’ordine politico ed economico e il suo indirizzamento a sinistra”. Perciò gli USA tollererebbero solo “forme limitate di cambiamento, calate dall’alto, che non rischino di turbare le strutture tradizionali del potere con le quali gli Stati Uniti sono stati a lungo alleati.”

In studi più ampi, Carother dimostra che le conclusioni sono generalizzate. Gli Stati Uniti sostengono coerentemente la democrazia quando fare ciò è conforme a obiettivi economici e strategici, tipicamente in domini nemici; e gli Stati Uniti si oppongono coerentemente alla democrazia quanto essa entrerebbe in conflitti con tali interessi principali, tipicamente all’interno dei propri domini, nei quali l’opposizione può essere estremamente brutale. Carothers considera questa come una sorta di strana patologia: i leader sono “schizofrenici”. Altri commentatori si basano su ciò per dimostrare che i leader agiscono incoerentemente, seguendo un doppio metro. Un altro modo di descrivere i fatti consiste nel ritenere che essi si comportino molto coerentemente, adottando il singolo metro della protezione del potere e del privilegio. Ma una simile conclusione supera confini legittimi.

Tutto questo dovrebbe risultare decisamente familiare in Turchia. Ricorderete, senza dubbio, che quando gli Stati Uniti progettarono di invadere l’Iraq cercarono di mobilitare il sostegno presso i propri alleati. Alcuni aderirono, altri rifiutarono. Ciò portò Donald Rumsfeld a enunciare la sua famosa distinzione tra la “vecchia Europa”, i cattivi, e la “Nuova Europa”, la speranza per la democrazia. La vecchia Europa comprendeva la Germania e la Francia, dove i governi mostrarono il loro disprezzo per la democrazia adottando la posizione della gran maggioranza della propria popolazione. Washington ne fu così esasperata che alla mensa del Senato le patatine fritte non furono più chiamate (secondo l’uso corrente – n.d.t.) “patatine francesi” bensì “patatine della libertà”. I rappresentanti più luminosi della Nuova Europa furono l’italiano Berlusconi e lo spagnolo Aznar che dimostrarono il loro amore per la democrazia ignorando una maggioranza ancor più vasta dei propri popoli. Berlusconi fu invitato alla Casa Bianca e Aznar fu invitato a partecipare al summit in cui Bush e Blair dichiararono la guerra. All’epoca godeva del sostegno del 2% della popolazione.

L’esempio più drammatico fu la Turchia, dove il governo adottò la posizione del 95% della popolazione e respinse le pretese di Washington. La Turchia fu aspramente condannata dalla stampa nazionale per mancanza di “credenziali democratiche”. Colin Powel, il moderato ufficiale dell’amministrazione Bush, annunciò dure punizioni per questo atto di disobbedienza. Paul Wolfowitz prese la posizione più estrema. Denunciò l’esercito turco per non aver costretto il governo a eseguire gli ordini di Washington e pretese che i capi militari si scusassero e dicessero “Abbiamo commesso un errore” e ignorassero così l’opinione pubblica virtualmente unanime. “Vediamo come possiamo essere di aiuto all’America quanto più possibile” avrebbero dovuto dire, dimostrando così di aver capito la democrazia. Il più eminente commentatore liberale del Washington Post, ex redattore dell’International Herald Tribune, dichiarò che Wolfowitz era “l’idealista in capo” dell’amministrazione Bush, il cui unico difetto era di essere “troppo idealista, la sua passione per i nobili obiettivi della guerra in Iraq superare la prudenza e il pragmatismo che normalmente guida i pianificatori delle guerre”. Il resto della stampa di elite in USA e Gran Bretagna si abbandonò a un analogo scampanio dichiarando che la sua “passione è il progresso della democrazia”, che “la promozione della democrazia è stata uno dei temi più coerenti della sua carriera”. Essi hanno evitato scrupolosamente di analizzare la sua carriera che è caratterizzata da un brutale disprezzo per la democrazia così come ha rivelato nel caso della deviazione democratica della Turchia.

Bush e Blair sono entrati in guerra per Saddam non aveva posto fine ai suoi inesistenti programmi di sviluppo della armi di distruzione di massa. E’ stata quella la “questione base” che entrambi i leader hanno energicamente reiterato. Quando la “questione base” ha trovato risposta nel modo sbagliato, i sistemi di propaganda statale hanno istantaneamente ideato una nuova ragione: lo scopo consisteva nel promuovere la democrazia. Con rarissime eccezioni i media e le accademie adottarono istantaneamente la nuova Linea del Partito, acclamando Bush per la sua dedizione reaganiana alla democrazia. L’entusiasmo non fu, tuttavia, del tutto uniforme. In Iraq l’ 1% della popolazione accettò tale affermazione, il 5% ritenne che gli USA intendessero aiutare gli iracheni e la maggior parte del resto pensò quello che era indicibilmente ovvio: che gli USA invadevano per motivi strategici ed economici, come alla fine è stato riconosciuto, sommessamente ma con chiarezza, dopo anni di violenze e di distruzioni.

Da eventi come questi apprendiamo nuovamente che il compito di conseguire un’autentica libertà di espressione rimane molto difficile, nonostante molti risultati. Ho parlato degli USA e della Turchia ma limitarsi ad essi è fuorviante. Nell’Europa libera e democratica ci sono molte serie barriere alla libertà di espressione. Per illustrare la cosa con un esempio recente, ho avuto alcuni mesi fa un’intervista in Inghilterra con il New Statesman, un vecchio e rispettato giornale della sinistra. Mi è stato chiesto cosa pensavo del fatto che Obama avesse vinto il premio Nobel per la pace. Ho risposto che non era stata la scelta peggiore: il premio era stato dato a veri criminali di guerra, come Henry Kissinger. I redattori mi hanno informato che il riferimento a Kissinger doveva essere cancellato per timore delle pesanti leggi inglesi sulla diffamazione che sono uno scandalo internazionale. Negli Stati Uniti se tu mi accusi di diffamarti devi dimostrare la mia intenzione maligna. In Gran Bretagna l’onere è invertito: sono io a dover provare di non avere intenzioni maligne, compito praticamente impossibile. Mi sono rifiutato di ritirare la dichiarazione e ho suggerito, invece, di aggiungere alcune delle ovvie prove, ad esempio gli ordini di Kissinger ai militari USA che esigevano “un massiccio bombardamento della Cambogia, di qualsiasi cosa che voli o che si muova”. Sarebbe difficile trovare negli archivi una chiamata al genocidio comparabile. Gli ordini furono eseguiti. La Cambogia rurale fu sottoposta a bombardamenti superiori a quelli dell’intero teatro del Pacifico durante la seconda guerra mondiale con conseguenze che non conosciamo perché noi non indaghiamo i nostri propri crimini, anche se una conseguenza è nota: il bombardamento ha trasformato i Khmer Rossi da forza marginale a un’enorme armata di contadini infuriati rivolti a ottenere vendetta. Aggiungere tale prova non è stato sufficiente per i redattori e, su parere del loro legale, la dichiarazione è stata cancellata. Questo non è assolutamente il caso peggiore. Le disgraziate leggi inglesi sono state anche usate per mettere fuori dal mercato un piccolo giornale per aver osato contestare le affermazioni dei media maggiori. Mancando delle risorse per confrontarsi con il potere di una grande ‘corporation’, il piccolo giornale ha capitolato. Il tutto ha avuto luogo con l’applauso della stampa liberale di sinistra.

La Francia è molto peggiore. Ha leggi sui libri che garantiscono efficacemente allo stato il diritto di determinare la Verità Storica e di punire deviazioni da essa, leggi che Stalin e Goebbels avrebbero ammirato. Tali leggi sono utilizzate regolarmente anche se selettivamente. Sono utilizzate principalmente, con atteggiamenti molto cinici, per punire chi metta in discussione l’Olocausto nazista. Il termine ‘cinici’ è del tutto appropriato. Proprio nello stesso tempo le classi intellettuali rimangono zitte sulla partecipazione della stessa Francia a eccidi mostruosi che chiameremmo certamente genocidi se fossero perpetrati da nemici. In realtà siamo testimoni del cinismo proprio in questo momento. Molto peggio che negare l’Olocausto sarebbe punirne le vittime, esattamente quello che la Francia sta ora facendo, espellendo illegalmente i Rom – gli zingari – verso la miseria in Romania. Anch’essi furono vittime dell’Olocausto, in larga misura allo stesso modo degli ebrei. Anche questo passa senza commenti.

Ho solo scremato la superficie. Sfortunatamente è sin troppo facile continuare. La lezione è dura e chiara. Dovunque nel mondo ci sono impedimenti seri alla libertà di espressione e spesso conducono a punizioni severe. E anche dove sono state conseguite vittorie sostanziali grazie alla lotta popolare, sono necessarie costante vigilanza e dedizione per difenderle. Oltre a ciò, siamo ben lontani dall’aver raggiunto lo stadio di una genuina cultura democratica in cui pensiero e parola siano veramente liberi. Questo rimane un compito fondamentale per il futuro, un compito dalle implicazioni enormi.

Noam Chomsky

Fonte: http://www.znetitaly.org./

Ripubblicato da : http://civiumlibertas.blogspot.com/


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