Wikileaks: l’Impero Terminale giudica

Maurizio Blondet,  6 dicembre 2010

Fateci caso, attraverso l’eco  mediatico di  Wikileaks, l’Impero Terminale giudica il  mondo.  E lo insulta, lo condanna, lo diffama e lo disprezza. Non solo Berlusconi “nefando”;  l’impero è insoddisfatto della Merkel, trova ridicolo Sarkozy,  esprime ostilità verso  Erdogan,  tratta da delinquente  Putin, espone e sbugiarda la monarchia saudita e gli emiri, ingiuria Karzai che l’impero stesso ha messo a capo dell’Afghanistan occupato,  fà sapere che spia senza scrupoli il segretario dell’Onu,  irride alle forze armate messicane.  E il peggio sono i giudizi insolenti che dà dei responsabili inglesi:  offende l’ex premier Gordon Brown (“di disastro in disastro”), oltraggia principi del sangue, umilia le forze armate britanniche che ha trascinato nelle sue guerre, e che si stanno dissanguando per l’impero: “non all’altezza dei compiti”, “meno pronte a battersi dei soldati americani”,  “incapaci di tenere la provincia di Helmand”  senza l’aiuto dei meravigliosi Marines.  Alla faccia della “special relationship”.

No: visti dai funzionari imperiali, non ci sono  “amici”  ma servi  irritanti, tardi e pigri,  non  “alleati” ma  clienti  ridicoli e potenziali traditori da sorvegliare , i clienti schiavi  sfruttabili e sacrificabili, e tutti ugualmente spregevoli, senza distinzione  tra antichi alleati e nuovi domestici.  E ovviamente, nella sequela di oltraggi e ingiurie, nemmeno una briciola di autocritica: se le  guerre dissennate in Asia vanno male, la colpa è di Karzai che è corrotto, degli inglesi  vigliacchi, di tutto il servidorame, ma non di una  Casa Bianca  senza dignità, successivamente abitata da due subnormali,  portata al disastro e al discredito politico dalla lobby ebraica a cui obbedisce con una viltà vergognosa,  da  un Congresso terrorizzato dall’AIPAC e  comprato dalle banche d’affari senza-legge ,  da un Pentagono preda del complesso militare-industriale.  La colpa è degli altri, che non eseguono a puntino i compiti loro assegnati dal padrone nei suoi progetti irrazionali e folli.

E il bello che gli “amici e alleati”, sepolti dagli insulti e dalle irrisioni, sputtanati e messi a nudo, esposti e ingiuriati, ci devono stare. Devono incassare col sorriso.  Dichiarare che quegli insulti sono cosette, gossip  innocui, che  la storica alleanza col padrone non ne viene affatto incrinata, che la vera America non ne è responsabile, che non occorre che si scusi, e nemmeno che richiami e ritiri i suoi ambasciatori villani e i suoi diplomatici  insolenti.

Del resto, è il trattamento che meritano persone e governi che dieci anni fa hanno simulato di credere alla versione ufficiale dell’11 settembre. Che hanno applaudito il discorso di Colin Powell all’Onu che “rivelava” l’esistenza delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, e al flaconcino pieno di talco che il Segretario di Stato dichiarava essere l’antrace iracheno. Che hanno cooperato senza un moto di ribellione alle “renditions”,  hanno accettato senza dignità  la legalizzazione americana della tortura per estorcere confessioni, l’uso di tonnellate di uranio impoverito e di altre armi vietate, le atrocità e i genocidi da tribunale di Norimberga,  le esecuzioni mirate, le violazioni patenti delle convenzioni internazionali e degli elementari diritti umani.  Chi ha rinunciato fino a questo punto alla dignità e all’onore, per forza deve accettare oggi le ingiurie e le derisioni del padrone.  E chiamare carezze i calci di quegli stivali che ha leccato tanto a lungo.

Maurizio Blondet,  6 dicembre 2010

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