Testo-Nirenstein 22/4/2010

Resoconto stenografico della Commissione Nirenstein

Comitato di indagine sull’antisemitismo

INDAGINE CONOSCITIVA

Resoconto stenografico della Commissione Parlamentare

presieduta da Fiamma Nirenstein il 22 aprile 2010

COMMISSIONI RIUNITE

I (AFFARI COSTITUZIONALI, DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E INTERNI)

e

III (AFFARI ESTERI E COMUNITARI)

Seduta di giovedì 22 aprile 2010

Pag. 2

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE FIAMMA NIRENSTEIN

La seduta comincia alle 8,40.

(Il Comitato approva il processo verbale della seduta precedente).

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l’attivazione di impianti a circuito chiuso.

(Così rimane stabilito).

Audizione di esperti in materia di monitoraggio on line del fenomeno dell’antisemitismo.

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca, nell’ambito dell’indagine sull’antisemitismo, l’audizione di esperti in materia di monitoraggio on line del fenomeno dell’antisemitismo.

Do il benvenuto ad Andre Oboler, Chief executive officer di Zionism on the Web, e a Stefano Gatti, ricercatore dell’ Osservatorio antisemitismo del CDEC, che già conosciamo.

Prima di dare la parola ai nostri ospiti, uno dei quali viene addirittura dall’Australia, vorrei evidenziare che trattiamo un argomento di estrema drammaticità; basti pensare che nel 1995 di siti estremisti e antisemiti ce n’era uno in tutto il mondo e che oggi sono 8.500. Questo ci dà quindi la misura dell’immensità del problema che andiamo ad affrontare.

Si tratta non soltanto del problema dei siti, ma anche della possibilità di esprimersi su ciascuna di queste gigantesche reti che mettono le persone in comunicazione, su Facebook, su

Pag. 3

Winet, esprimendo opinioni che immediatamente vengono «divorate» da milioni di persone nel mondo e che diventano opinione pubblica.

Questo problema è uno dei più grandi e – propongo di focalizzarci su questo aspetto – ha a che fare con il problema della legislazione vigente rispetto a questi siti, perché per una serie di motivi è difficilissimo farli chiudere. Una volta scoperti e denunciati dalla polizia postale, un nucleo di leggi, a partire dalla legge Mancino, consente di eliminarli, ma non se hanno sede fuori d’Italia, il che capita molto frequentemente. Ciò concede loro una vita praticamente permanente, anche perché possono rinnovarsi immediatamente. Vengono infatti cancellati, ma ritornano con un altro nome, con un’altra sede geografica di partenza.

Come Comitato di indagine sull’antisemitismo, abbiamo quindi il compito impellente di valutare come affrontare questo problema.

Do la parola ad Andre Oboler, Chief executive officer di Zionism on the Web, per una rassegna dell’antisemitismo su web nel mondo.

ANDRE OBOLER, Chief Executive Officer di Zionism on the Web. Vorrei iniziare ringraziando il Comitato e la presidente Nirenstein per avermi offerto l’occasione di rivolgermi a voi e di affrontare l’importante argomento dell’antisemitismo on line.

Desidero soffermarmi su quattro aspetti. Tratterò innanzitutto il tema della natura dell’antisemitismo e la ragione per cui il Comitato dovrebbe affrontare questo tema con grande serietà. In seguito, approfondirò la natura di ciò che definisco «antisemitismo 2.0», ovvero l’antisemitismo nei social media. In conclusione, illustrerò l’urgenza di occuparci delle reti dei social media e del motivo per cui è un problema da affrontare

Pag. 4

in maniera specifica. Segnalerò, inoltre, alcune raccomandazioni del Gruppo di lavoro del Forum globale contro l’antisemitismo, svoltosi alla fine dell’anno scorso.

Priva di controlli, la tecnologia crea un contesto in cui l’antisemitismo e altre forme di odio diventano accettabili a livello sociale, giacché questi fenomeni nascono in una comunità on line, ma poi vanno ad incidere su comportamenti reali. I Governi devono collaborare per formulare strategie politiche e, laddove necessario, normative per combattere l’antisemitismo on line e altri comportamenti anti-sociali estremi, come il cyberbullismo. Se il cyberbullismo può portare addirittura i giovani al suicidio, l’antisemitismo 2.0 può portare all’accettazione di fenomeni di demonizzazione e disumanizzazione del popolo ebraico. La propaganda nazista ha reso accettabile l’Olocausto nelle menti di coloro che lo hanno perpetrato. Senza questa accettazione da parte della pubblica opinione l’Olocausto non ci sarebbe stato.

Jeff Jacoby nel 2002 scrive che «gli ebrei sono come un canarino nella miniera di carbone della civilizzazione: quando diventano oggetto di barbarie e odio significa che l’aria è avvelenata e l’esplosione è imminente». Monitorando e contrastando l’antisemitismo on line e cercando di trovare risposte al problema, possiamo sviluppare strategie utili a combattere l’odio on line in maniera più ampia. La definizione di criteri di comportamento è insita nel contratto sociale che regola la società moderna. In definitiva, si tratta di una responsabilità del Parlamento.

Si assiste a una crescente accettabilità dell’antisemitismo on line, e ciò indica una disgregazione di quei valori che rappresentano il collante della società. È il segnale di una possibile disgregazione sociale che provocherebbe paura, criminalità e disordini.

Pag. 5

?

Abbiamo superato l’epoca dei pogrom, in cui le comunità locali perseguitavano gli ebrei che vivevano al loro interno. Internet non deve favorire una recrudescenza dell’incitamento all’odio che troppo spesso nella storia ha causato disastri. Individuo il pericolo principale non tanto nei siti web tradizionali, che pure possono fomentare l’odio, ma piuttosto nei social media, che fanno da cassa di risonanza del messaggio. L’antisemitismo 2.0 diffonde l’accettabilità dell’antisemitismo a livello sociale tramite le nuove tecnologie internet 2.0.

Si mira non tanto a convincere tutti ad abbracciare l’antisemitismo, quanto a rendere socialmente accettabile l’antisemitismo nella comunità on line. L’antisemitismo non è visto come sinonimo di razzismo. In sostanza, con l’antisemitismo 2.0, l’odio razziale viene equiparato al tifare la squadra di calcio sbagliata: non è qualcosa da criticare, se non scherzosamente, e si diffonde in assenza di una sanzione sociale. I siti in questione sono Facebook, Youtube, Twitter, blog, siti per la condivisione di fotografie e altri siti collaborativi come Wikipedia.

Vorrei citarvi alcuni esempi di contenuti tendenti alla diffusione dell’odio. Il primo riguarda un gruppo di negazionisti dell’Olocausto, creato su Facebook. È stato chiuso nel gennaio di quest’anno dopo molti mesi. Era cresciuto del 250 per cento nell’arco del 2009. All’inizio si riteneva accettabile il negazionismo su Facebook. Facebook lo ha addirittura difeso, affermando che non si trattava di una campagna di odio. A livello pubblico, Facebook non ha cambiato posizione, ma ha tacitamente eliminato gran parte dei contenuti negazionisti.

Mi scuso, ora, perché dovrò utilizzare un linguaggio molto forte. Un altro gruppo su Facebook si chiama Fuck Israel. Si possono leggere commenti come: «ebrei uguale feccia». Quindi non si parla di Israele, ma degli ebrei. Un altro commento dice

Pag. 6

«Fuck the Jews, Fuck Israel». Ciò dimostra che il popolo ebraico viene attaccato in quanto ritenuto responsabile e coinvolto nelle critiche rivolte a Israele.

Tutto ciò è in contrasto con le posizioni adottate dall’Agenzia europea dei diritti fondamentali.

Nello stesso gruppo su Facebook si possono vedere immagini di bambini volte a promuovere il terrorismo oltre alle classiche immagini di demonizzazione del popolo ebraico, in cui gli ebrei appaiono come mostri o demoni, non hanno diritti e per questo possono essere legittimamente aggrediti.

Su Youtube troviamo un video di un gruppo musicale neonazista, chiamato «Jew Slaughter» (massacro degli ebrei). Si tratta ancora una volta di una disumanizzazione degli ebrei in cui si dichiara che possono essere trattati come animali e quindi massacrati. Sulle loro T-shirt c’è scritto «diventate nazisti». In un altro video su Youtube, come spesso accade, la parola «sionista» viene confusa con la parola «ebreo»: si parla di «controllo sionista dei media», ma in realtà ci si riferisce agli ebrei. In seguito a una verifica effettuata la scorsa settimana, è emerso che questo gruppo esiste ancora.

Passiamo ora a Myspace, un’altra rete sociale, dove si trova una foto che mostra una persona in Inghilterra con alle spalle un gruppo di nazifascisti e la dicitura «orgoglio bianco». Sotto il nome della persona appare un fulmine doppio e le cifre 14-88: 14 parole, (si fa riferimento ad uno slogan di supremazia bianca degli Stati Uniti), e 88 per Heil Hitler. Questa persona afferma di essere un diciottenne inglese, ma non sappiamo se sia vero.

In Nuova Zelanda, tre settimane fa, è apparsa la frase: «Il vostro lamento sull’Olocausto mi lascia indifferente» affermandosi che gli ebrei sfruttano l’Olocausto, considerato alla

Pag. 7

stregua delle sofferenze patite da altri durante la guerra, per ottenere denaro. Questa affermazione proviene da un partecipante a un gruppo Google neozelandese.

Esaminiamo l’impatto dei social media. Tutto quello che avviene su queste reti è importante, perché hanno molta audience, un’ampia partecipazione: non è più un fenomeno marginale limitato agli studenti, ma riguarda la maggior parte degli utenti. È importante in quanto facilmente accessibile, facile da utilizzare e privo di ogni forma di controllo.

Se si guarda la top ten, relativa ai primi dieci siti del mondo, secondo le statistiche del 1o aprile di quest’anno, il sito più popolare è Google: circa il 42 per cento delle persone che navigano in un giorno che accedono a Google.com, senza considerare i siti Google nazionali. Il secondo è Facebook, con circa il 32 per cento di coloro che navigano in Internet. Il sito della CNN è al sessantesimo posto, con il 2 per cento degli utenti. Quello della BBC è al quarantacinquesimo posto, anch’esso con il 2 per cento circa. Richiamo la vostra attenzione sul fatto che i siti tra i primi dieci sono motori di ricerca e social media. Non ci sono siti web di informazione: sono soltanto motori di ricerca e reti sociali. La gente naviga su questi siti e da lì prende le informazioni.

Per quanto riguarda i dieci principali giornali degli Stati Uniti, la loro diffusione complessiva equivale al 2 per cento degli utenti di YouTube e al 2 per cento degli utenti di Facebook. Se mettiamo un video molto popolare in prima pagina su YouTube, avrà un impatto cinquanta volte più potente dell’inserimento di un annuncio pubblicitario o di qualsiasi comunicazione sui giornali. Ecco il potere e l’importanza dei social media.

Il pericolo non è tanto che la gente possa leggere contenuti ispirati all’antisemitismo, quanto piuttosto che sia indotta ad

Pag. 8

accettarli come punti di vista validi, come dati di fatto, ovvero come contenuti sui quali si può essere o no d’accordo, ma alla cui diffusione non è necessario opporsi. Ecco il rischio. Alcuni si sentiranno toccati e vorranno fare qualcosa contro l’antisemitismo, mentre altri rimarranno passivi e lo riterranno normale, quotidiano, legittimo. Ciò genera una cultura in cui l’odio, il razzismo e il comportamento antisociale possono diffondersi, con grossi rischi per l’ordine pubblico e per la sicurezza.

Dobbiamo contribuire a forgiare i valori on line, perché i social media sono una comunità e una comunità deve essere retta da valori. Le comunità on line debbono prendere posizione contro il razzismo e in favore dei diritti umani, e, se si rifiutano di farlo, bisogna sollevare il problema. Se non lo fanno, occorre reagire.

Vorrei, infine, tornare al contratto sociale, di cui il Parlamento è garante, in quanto rappresenta il popolo. Se queste comunità on line non prendono provvedimenti, devono essere chiamate a renderne conto. L’Italia sta svolgendo un importante ruolo in questo ambito attraverso l’impegno di questo Comitato, attraverso la partecipazione al Forum globale, nonché all’interno della coalizione interparlamentare per la lotta all’antisemitismo, in cui riveste un ruolo di primo piano.

Sottopongo alla vostra attenzione alcune raccomandazioni dirette specificamente ai governi, e che costituiscono spunti di riflessione e dibattito.

Si tratta di raccomandazioni giuridiche del gruppo di lavoro per l’antisemitismo on line nell’ambito del Forum globale. La prima è che l’antisemitismo on line deve essere considerato un problema globale, cui contrapporre una reazione globale, una forma di denuncia globale, per evitare di disperdere gli sforzi. Se qualcuno trova contenuti contestabili

Pag. 9

e li segnala in Australia e lo stesso accade in Gran Bretagna, e poi negli USA, non possiamo essere sicuri che sia la stessa cosa.

In particolare, una pagina di Facebook può essere in varie lingue, con tante persone che rispondono. È impossibile gestire tutta la situazione, se non se ne ha un quadro complessivo. Se un sito viene chiuso, un gruppo viene sciolto o vengono apportate modifiche, i contenuti possono spostarsi in un altro Paese. Attualmente, gli Stati Uniti accolgono molti siti che diffondono odio: siti chiusi in Europa si sono trasferiti su server statunitensi. Magari l’agent può trovarsi in Italia ed essere chiamato a renderne conto, ma i dati sono su server che non sono nel Paese, quindi sono necessari accordi e intese tra i governi.

La raccomandazione successiva è che il livello di interattività dei diversi siti web sia uno dei parametri per l’attività normativa. Il livello di interattività varia da siti web in cui un utente pubblica un messaggio, senza che ne nessuno possa commentarlo, a siti web in cui tutti dicono ciò che vogliono e manca un moderatore, non c’è un amministratore né qualcuno cui rivolgere eventuali reclami. Tra questi due estremi si collocano siti in cui sono possibili commenti, che però devono essere approvati prima di essere pubblicati. Su Facebook i commenti vengono pubblicati automaticamente, ma poi possono essere contestati. A diversi livelli dovrebbero corrispondere regole diverse.

Considero utile anche stabilire una tempistica: nel caso di proteste, il sito deve essere tenuto a reagire entro un certo tempo. Questo aspetto dovrebbe essere regolamentato; la tempistica potrà dipendere dall’impegno dimostrato. Se una società on line si attiva, le si può concedere più tempo; nel caso in cui non reagisce, la legge deve intervenire.

Pag. 10

?

Poiché tutti possono pubblicare i propri commenti, deve essere possibile anche contestare o a presentare un reclamo, che non deve essere necessariamente ufficiale, prima che un sito come Facebook si attivi. Un caso analogo si è verificato di recente con YouTube. Secondo le autorità giudiziarie chiunque può protestare e a quel punto deve essere avviato un procedimento. Se è vero che chiunque può inserire un commento ispirato all’odio, chiunque deve poter reagire e richiedere che altri lo valutino e stabiliscano se sia il caso di rimuoverlo o meno.

Dobbiamo chiederci, infine, se i dirigenti di queste società debbano essere ritenuti responsabili a livello personale, nel caso in cui le loro società non agiscano. Sottopongo questo punto alla vostra attenzione per un successivo dibattito.

Abbiamo bisogno di norme, di leggi che regolino l’antisemitismo on line, utili anche a prevenire altre forme di razzismo e di odio. Possono essere utili per prevenire il terrorismo e la criminalità organizzata, il cyberbullismo che può portare alla discriminazione e, addirittura, al suicidio. Rinvio al materiale che vi ho consegnato per le altre raccomandazioni.

All’interno della Federazione sionista australiana sto seguendo il Community Internet Engagement Project. Cerchiamo di reperire risorse aggiuntive al fine di monitorare e offrire anche consulenza a chi ne abbia bisogno per questioni specifiche. Molte grazie.

PRESIDENTE. Grazie, dottor Oboler, per il suo intervento molto interessante, che ci ha fornito uno spunto di drammatica discussione.

Passando allo specifico italiano, do ora la parola a Stefano Gatti, ricercatore dell’Osservatorio antisemitismo del CDEC.

Pag. 11

STEFANO GATTI, Ricercatore dell’Osservatorio sul pregiudizio antiebraico presso il CDEC. L’Osservatorio antisemitismo della Fondazione CDEC si occupa da circa quaranta anni di pregiudizio antiebraico e da circa dieci si dedica allo studio dell’antisemitismo digitale.

Vi esporrò quindi i risultati delle nostre ricerche. Ho fatto un elenco di siti Internet italiani o con pagine in italiano particolarmente significativi, che ho suddiviso in quattro gruppi per un totale di ventiquattro siti Internet. In realtà, i siti Internet italiani, o ripeto con pagine in italiano, più significativi sono circa una quarantina.

Li ho divisi in quattro gruppi principali, che sono anche in rete da più anni: quelli antiebraici, quelli antisionisti, quelli cospirativisti e quelli cosiddetti negazionisti, cioè siti che negano il genocidio ebraico nel corso del secondo conflitto mondiale.

I primi, ovvero Holy War, Radio Islam, Terra Santa, sono sostanzialmente speculari: il materiale antiebraico che ospitano è sostanzialmente il medesimo.

Holy war è il sito antiebraico più famoso, più radicale. È in rete ormai da almeno una quindicina d’anni. È una sorta di sito matrice, nel senso che altri siti antiebraici vanno a pescare materiale all’interno di questo web site. Non è un sito solamente italiano, ma internazionale. È un sito essenzialmente in inglese e in italiano, poi ci sono molte pagine tradotte nelle principali lingue europee e non. È un sito che ha un’ispirazione «cattolico-integralista», ma è qualcosa che va al di là.

In un fotomontaggio si vede il simbolo 666, che è il numero della bestia, il simbolo dell’anticristo, che viene attribuito non solo agli ebrei, ma anche all’attuale Pontefice, in quanto secondo Alfred Olsen, che è il gestore di questo sito, tutti i

Pag. 12

Pontefici che si sono susseguiti a partire da Giovanni XXIII sono una sorta di demoni, schiavi della lobby ebraica, loro stessi addirittura ebrei o membri di giudeo-massonerie.

Il sito è ricchissimo di documentazione antiebraica. Ci sono ad esempio I Protocolli dei Savi di Sion, disponibili praticamente in tutte le lingue. La cosa interessante è che fino a pochi anni fa trovare i protocolli in versione cartacea era abbastanza difficile, perché si potevano acquistare solamente in librerie specializzate, cosiddette «di settore», che non sono mai state particolarmente numerose, una o due a Milano e a Roma.

Grazie alla rete, adesso è possibile scaricare I Protocolli dei Savi di Sion in pochi secondi e leggerli in tutte le lingue. Oltre ai Protocolli e a Mein Kampf c’è anche una parte video in questo sito. Da tutti questi siti radicali si possono scaricare anche film antiebraici, come Süss l’ebreo, film voluto da Joseph Goebbels nel 1940, forse il più famoso film antisemita. In alcuni Paesi, la visione di questo film è proibita, mentre «grazie» a Holy war è possibile scaricarlo e vederlo praticamente in tutte le lingue con qualsiasi tipo di sottotitolo; dagli altri siti è possibile scaricare solo dei clip dello stesso film.

A fianco di questa parte di documenti, di testi e di video che si possono scaricare, c’è anche una sezione con centinaia di vignette. Le vignette sono talvolta originali, talvolta di matrice araba, ma riadattate per il pubblico italiano; spesso altri siti prendono documentazione da questo sito. Alcune vignette sono dedicate a Fiamma Nirenstein. presidente di questo Comitato.

Un altro sito è Radio Islam, speculare a Holy war. Anche questo non è un sito italiano: una parte è in italiano, ma è gestito da uno svedese di origine marocchina, Ahmed Rami. Anche qui si possono scaricare I Protocolli dei Savi di Sion e

Pag. 13

Mein Kampf; si può scaricare anche Contra judaeos di Telesio Interlandi, che è stato pubblicato per la prima volta nel 1938 da Tumminelli.

Su Radio Islam c’è la sezione dedicata al negazionismo, che viene definita «revisionismo». In tutti questi siti cosiddetti principali, gli argomenti sono simili: ci sono accuse di omicidio rituale, c’è la parte relativa al negazionismo, ci sono i Protocolli dei Savi di Sion che possono essere scaricati.

Un altro sito speculare agli altri è Terra Santa Libera, che ha come obiettivo ufficiale la difesa della causa palestinese, ma in realtà è sostanzialmente simile a Radio Islam e a Holy War. È però un sito italiano, contrariamente agli altri che sono internazionali. Possiede una caratteristica: una sezione di libri scaricabili veramente molto ampia. Oltre alla parte di libri, c’è anche la parte di video: pur essendo un sito ufficialmente dedicato alla difesa della causa palestinese, potete trovarvi un video di David Duke che parla di mafia ebraica.

Ritengo che il sito antiebraico italiano più interessante sia Effedieffe, che fa capo a una casa editrice omonima che ha sede a Viterbo e pubblica una sorta di quotidiano on line, diretto da Maurizio Blondet, che quasi ogni giorno propone un articolo di ispirazione antiebraica, che si trova in mezzo alla homepage. Questo sito mette a disposizione una libreria in cui è possibile acquistare circa 1.300 volumi, tra cui tutti i classici dell’antiebraismo.

Il sito Effedieffe è molto importante, perché credo sia stato il primo media italiano ad aver diffuso la leggenda nera degli ebrei e dei traffici di organi, ben prima dell’articolo di Aftonbladet. Dal 7 agosto 2009, sono stati pubblicati molti articoli, che poi sono stati «postati» su altri siti Internet.

A fianco degli articoli, vengono pubblicizzati libri antiebraici, per cui c’è l’articolo dedicato a ebrei e traffico d’organi

Pag. 14

e a fianco c’è un libro sull’omicidio rituale, L’ebreo internazionale di Henry Ford, I protocolli dei savi di Sion e cose di questo genere.

Un altro gruppo è quello dei siti antisionisti che sono veramente molto numerosi. Sono siti volti alla demonizzazione di Israele, del sionismo e dei sionisti. Ricorre in questi siti il paragone tra Israele, sionismo, sionisti e Germania nazional-socialista: il sionista ritratto come un SS che uccide i palestinesi in una fossa comune modello Ucraina, ne è un esempio.

Le vignette di questo genere sono parecchie. I siti antisionisti non utilizzano tematiche negazioniste, cosa invece comune ai siti precedenti, ma operano una sorta di banalizzazione della Shoah attraverso il continuo paragone tra genocidio antiebraico e attuale situazione degli arabo-palestinesi. Contengono centinaia di articoli, tutti volti a una visione unilaterale del conflitto mediorientale.

Un’altra sezione è quella del cospirativismo, ovvero siti in cui si sostiene che gli attentati alle Torri Gemelle siano in realtà stati commessi dal Mossad, dagli ebrei o dai Neocon su sollecitazione dei sionisti. Anche questi sono siti numerosi e ospitano tanti articoli cospirativi spesso anche palesemente antiebraici.

L’ultima sezione è quella dei siti e dei blog negazionisti. Nel corso degli ultimi anni, abbiamo assistito a una leggera crescita di siti negazionisti, perché nella primavera 2009 è stato chiuso il più famoso sito negazionista italiano che era Thule-Toscana, ma in breve tempo se ne sono aperti molti altri, come Negazionismo, Auschwitz. Credo che dietro questi siti ci siano un paio di persone. Poi ci sono siti internazionali, Codoh e

Pag. 15

Aaargh, che hanno una ricca sezione in italiano. Riportano numerosi articoli e libri scaricabili. Gli autori che ricorrono sono sempre gli stessi.

I nuovi blog negazionisti sono entrati in rete da breve tempo. Questi siti sono principalmente legati alla negazione della Shoah, ma hanno spesso una ricca documentazione antiebraica.

Riallacciandomi a quanto detto da Andre Oboler, sarebbe opportuno tener presente che nel mondo digitale devono valere le regole del mondo reale e quindi non è accettabile che siti di questo genere possano insultare o propagandare tesi di questo tenore.

PRESIDENTE. La ringrazio per l’ottima relazione piena di informazioni conturbanti quanto utili. Do ora la parola ai colleghi che intendono porre quesiti o formulare osservazioni.

PIERANGELO FERRARI. Desidero rivolgere una domanda al secondo relatore, che ha chiuso il suo intervento con il giudizio unanimemente condiviso dell’estrema pericolosità di questa diffusione, tanto maggiore quanto più incontrollabile.

La domanda è come fare. So che è una domanda da un milione di dollari, ma il primo relatore ha indicato una strada che sarebbe assolutamente la via maestra, ma è tremendamente lunga da percorrere, perché si tratta di accordi su scala internazionale, tra Stati.

Da frequentatore del web come tutti, mi sembra di capire che sia sufficiente un singolo Paese che ospiti i siti di cui stiamo parlando e saranno sempre rintracciabili in rete. Forse, gli esperti potrebbero darci qualche suggerimento, visto che alla fine dovremo darne a nostra volta sul piano legislativo.

RENATO FARINA. Ringrazio per queste preziose relazioni. Nello scorso mese, si è dato molto risalto alla sentenza del

Pag. 16

Tribunale di Milano, che ha condannato Google per la presenza di contenuti diffamatori o comunque carichi di odio. Si è levata una protesta universale, secondo cui condannare i canali di ricerca sarebbe come condannare un rapinatore che agisca su un’autostrada e per complicità la società autostradale. C’è stata un’ampia polemica. Il giudice nelle motivazioni ha ridimensionato la portata affittiva della sua sentenza rispetto a Google.

Esiste la possibilità di sanzionare i grandi mezzi di diffusione delle varie notizie quando incitino all’odio, ma c’è una sollevazione generale in nome della libertà di comunicazione e di Internet. La possibilità di sanzionare i grandi mezzi di comunicazione ovviamente non elimina il grande problema di coloro che usano server in Paesi lontani, ma sarebbe già positivo se non godessero della possibilità di essere pubblicizzati grazie a motori di ricerca universalisti e di grande diffusione.

Vorrei quindi sapere se oggi esistano proposte di legge condivise sull’antisemitismo da far valere nei confronti di questi grandi motori di ricerca e di queste grandi società, che lucrano in maniera cospicua su questo concetto di libertà indifferenziata, che equivale alla licenza.

PAOLO CORSINI. Come l’onorevole Ferrari anch’io non mi nascondo la complessità del problema e soprattutto la difficoltà di intervenire in modo operativamente proficuo e produttivo. Credo che il primo ambito sul quale sarebbe opportuno lavorare consista nello sgomberare il campo del presunto problema del rispetto della libertà di pensiero in ordine a questi temi.

Pag. 17

?

Anni fa, polemizzai con un gruppo anarchico che, pur contrastando le teorie di Faurisson, di Irving e di Mattogno, rivendicava una sorta di libertà che in realtà è licenza, irresponsabilità e negazione della verità.

Sotto questo profilo, mi domando se accanto alla presenza di siti antisionisti, revisionisti, negazionisti e cospirazionisti esista un’altrettanta, robusta e significativa presenza di siti reattivi di controinformazione rispetto a questa falsificazione della verità storica, se esista quindi una reattività di gruppi organizzati che, nella latitanza o nell’assenza di normative giuridiche che impediscano la diffusione di notizie storicamente infondate o di incitamento all’odio razziale, sviluppino un’attività di controinformazione e di rischiaramento della verità.

Mi chiedo inoltre quali possibilità abbiamo come Parlamento di dare indicazioni, suggerimenti, linee di indirizzo al mondo della scuola e alle agenzie educative e formative in genere, perché la menzogna, la deformazione della verità, la falsificazione della storia e la sua dissimulazione allignano nell’ignoranza, che normalmente non presenta mai lacune. L’ignoranza non ha mai lacune, al contrario dell’intelligenza e della disposizione alla verità.

ENRICO PIANETTA. Non c’è dubbio che c’è da essere veramente preoccupati perché, se i giornali USA rappresentano soltanto il 2 per cento rispetto alla potenzialità di questo fenomeno on line, l’interrogativo sul «che fare» dell’onorevole Ferrari è il dovere fondamentale di questo Comitato.

Vorrei quindi capire come il Parlamento possa innescare un meccanismo di leggi anche in un contesto internazionale perché ormai è tutto un legame internazionale, è impossibile

Pag. 18

agire limitatamente a un Paese. Questo situazione mi sembra infatti porre un fondamentale problema di interconnessione della legge sulla base dell’interconnessione on line.

Accolgo la proposta dell’onorevole Corsini: è evidentemente necessario controbattere attraverso link con altri siti, per fare in modo che questa accettazione che disgrega la società sia controbattuta in termini contestuali e immediati, in maniera tale che chi naviga su un sito abbia contemporaneamente la possibilità di essere coinvolto attraverso un contraddittorio che metta fortemente in dubbio quel sito e quelle affermazioni farneticanti.

FRANCESCO TEMPESTINI. Come emergeva dalle relazioni e dagli interventi, il problema è quello di mettere a punto il tema della libertà di informazione e di veicolazione dei messaggi sul web. Si tratta anche di un problema culturale. Sul Sole24Ore di oggi, a pagina 20, è pubblicato un articolo in cui si legge che «il quartier generale di Mountain View ha pubblicato una mappa interattiva per evidenziare il numero di richieste di cancellazione di determinati contenuti, inviate negli ultimi sei mesi da tribunali e agenzie governative. Dall’Italia sono partite 550 richieste di dati e 57 richieste di rimozione di contenuti. Il 65 per cento sono state accolte pienamente o parzialmente».

Il titolo dell’articolo è Sul web la mappa delle pressioni. Il problema è tutto qua: il giornalista sceglie un titolo che distorce il fatto, perché il fatto è che giustamente i tribunali di tutto il mondo hanno fatto quello che dovevano fare e Google ha addirittura accolto il 65 per cento delle richieste.

In Italia non ci sono questioni di leggi. Il problema è culturale, riguarda quanto fa la magistratura e il nostro modo di affrontare la questione, con cui dobbiamo fare i conti. Si tratta poi di verificare gli eventuali buchi su cui intervenire,

Pag. 19

ma quello della rete è un problema fondamentalmente culturale.

PRESIDENTE. Dalla discussione sono emersi molti punti sostanziali, che poi enucleeremo e sui quali lavoreremo cercando di definire l’intervento del Parlamento in merito. Non so se si tratti di riempire dei buchi, come sostiene l’onorevole Tempestini, o di elaborare una nostra proposta complessiva. Mi pare che si possa anche ambire a questa ipotesi. Lo elaboreremo comunque più avanti, giacché non oso avanzare proposte in questo momento, anche se comincio ad annotare alcuni aspetti, come credo tutti i colleghi stiano facendo.

Prima di lasciarvi la parola per la replica, vorrei rivolgere a mia volta una domanda. L’archeologo Barkat in un’intervista mi disse che esiste un negazionismo pesante quanto quello della Shoah, relativo alla presenza degli ebrei in Israele. Per esempio, c’è un negazionismo relativo a quello che viene chiamato Monte del Tempio o Spianata delle moschee – cominciò con Arafat – ed è l’idea che gli ebrei lì non ci siano mai stati, che sia un’invenzione totale, che non abbiano mai avuto né diritto di cittadinanza, né origine storica o culturale nel luogo. È un tipo di negazionismo terribile. Vorrei avere dai nostri ospiti qualche indicazione sulla rete e questa questione. Do quindi loro la parola per la replica.

ANDRE OBOLER, Chief Executive Officer di Zionism on the Web. Inizio dall’ultima domanda della presidente Nirenstein, collegata ad una precedente osservazione dell’onorevole Farina sui motori di ricerca, secondo cui in Italia vi è stata una levata di scudi dopo una condanna di Google.

Al riguardo, ho citato solo alcuni dei casi da noi osservati. Prendiamo ad esempio un problema emerso con Google Earth.

Pag. 20

La carta geografica di Israele era coperta di piccoli segni che indicavano la dislocazione di villaggi palestinesi distrutti. Era impossibile muoversi in questa mappa senza imbattersi in uno di questi segni, molti dei quali in realtà erano siti archeologici distrutti migliaia di anni fa, che si sosteneva, invece, fossero stati distrutti nel 1948, sulla base di una cronologia totalmente deformata. Ogni segno portava un messaggio, che indicava il nome della città distrutta nel 1948.

Mentre stavamo iniziando a protestare, tutto è stato cambiato ed è rimasto scritto soltanto nakba («catastrofe» in arabo), il nome del villaggio, un piccolo commento (villaggio distrutto nel 1948) e un link a un altro sito web che contiene materiale antisemita con centinaia di collegamenti su Google. In uno di questi link si parla del «diritto» di Israele ad essere razzista. Poi si spiega la negazione della nakba: negare che gli ebrei abbiano rubato terre palestinesi equivarrebbe a negare l’Olocausto. Allo stesso modo si spiega l’impatto del sionismo a livelli semplificati, raccontando come gli ebrei abbiano cercato di conquistare tutto il mondo.

Noi ci siamo lamentati con Google, perché Google Earth è di sua proprietà, e Google ha risposto come già dichiarato per i motori di ricerca, che si tratta di meccanismi automatizzati, per cui non poteva intervenire.

Per questo abbiamo bisogno di esperti. Mi sono rivolto a Google per iscritto, spiegando che non si tratta di un problema legato ai motori di ricerca, perché dietro a questo contenuto c’è un attivista antisraeliano o forse antisemita. Tutto questo materiale è stato inserito in una bacheca di messaggi inserita sulla mappa con un’opzione automatica di default, in modo che sia sempre presente al momento della consultazione.

Ho detto ai dirigenti di Google che cinque loro dipendenti sono incaricati di decidere cosa includere: sono esseri umani

Pag. 21

che prendono una decisione. Si tratta di una loro responsabilità: non c’entra niente l’automatismo dei motori di ricerca. Questa è una differenza notevole. Se nei motori di ricerca cerchiamo la parola «jew», il terzo sito ad apparire è Jew Watch, un sito antisemita.

Ho iniziato ad occuparmi di tale questione proprio a causa dei motori di ricerca. Quando ero ancora studente di scienze politiche, ho partecipato a un dibattito all’interno del comitato studentesco che ha finito per assumere toni antisemiti. Alcuni miei cari amici hanno espresso posizioni ispirate all’antisemitismo. La nostra parte ha vinto il confronto dialettico, ma ho voluto chiedere loro dove avessero trovato queste affermazioni, dal momento che non era farina del loro sacco. Ho chiesto loro: «So che siete contrari al razzismo, perché dunque esprimete posizioni razziste?». Mi hanno risposto di aver trovato nel campus universitario alcuni volantini su cui era scritto: «Poniamo fine alla guerra, poniamo fine ai massacri, poniamo fine all’apartheid in Israele». Così veniva definita la storia del sionismo. Si trattava evidentemente di opuscoli di propaganda anti israeliana e antisemita.

Gli studenti poi sono andati a guardare sui motori di ricerca. Anch’io ho effettuato alcune di queste ricerche – sono dati ormai vecchi – e ho trovato moltissime informazioni contestabili

Se si cerca «apartheid» su Yahoo, la maggior parte delle voci riguardano non il Sudafrica, ma Israele. E anche se scriviamo «sionismo» otteniamo lo stesso risultato. La maggior parte dei siti si ispira all’antisemitismo: Jew Watch appare due volte e poi c’è anche Race, un altro pessimo sito. Attraverso i motori di ricerca, gli studenti si convincono della veridicità di queste affermazioni più che se leggessero un

Pag. 22

articolo di giornale; sono loro che hanno effettuato la ricerca senza far affidamento su altri, vedono questo contenuto falso ripetuto continuamente e finiscono per crederci.

È questo il pericolo dei motori di ricerca. Google ha inserito un avvertimento che dice «risultato di ricerca offensivo». Il risultato non viene rimosso, ma si dichiara che c’è un problema e che Google non è d’accordo. In Germania, invece, è stato rimosso. Google possiede la tecnologia necessaria e, se il Parlamento stabilisce che non può promuovere un determinato contenuto, lo elimina: non c’è nessun ostacolo tecnico che impedisca di farlo. Questo è il primo punto.

Vorrei esprimere un ultimo concetto prima di passare la parola al mio collega. Il problema non è la libertà di pensiero, quanto la libertà di espressione, che deve essere corredata da senso di responsabilità, come stabilisce anche la Carta dei diritti umani delle Nazioni Unite. Esiste un limite alla libertà di espressione. Si può esprimere il proprio pensiero assumendosi, però, le proprie responsabilità.

Su Facebook, la giustificazione fondata sulla possibilità di pubblicare delle contro-argomentazioni, che è stata fornita la scorsa settimana al Congresso americano, non ha alcun senso. Se, infatti, un gruppo sostiene che l’Olocausto non è mai esistito e che gli ebrei lo utilizzano come un pretesto per ottenere fondi, mentre un altro gruppo sostiene l’esigenza di ricordare l’Olocausto, si tratta di partecipanti a due gruppi diversi: non c’è dialettica tra argomentazione e contro argomentazione.

Se qualcuno entra in un gruppo che promuove il negazionismo, il razzismo, l’antisemitismo e prova a sfidarlo, accadono due cose. Innanzitutto, con il solo fatto di entrarvi, ne diffonde i contenuti a tutti gli amici: la tecnologia ne facilita la crescita. In secondo luogo, i razzisti a capo del gruppo

Pag. 23

possono guidare il dibattito, rimuovere le argomentazioni contrarie e bandire le voci dissenzienti. Non hanno bisogno di investimenti, in quanto la tecnologia è disponibile gratuitamente senza alcuna responsabilità per nessuno.

Il Parlamento ha un ruolo: deve decidere quali sono le responsabilità delle società che operano su Internet. Non è così difficile: in ogni gruppo ci deve essere un moderatore, che deve essere investito di responsabilità per un primo controllo, un primo screening. Se il moderatore non funziona, deve reagire la società e, se questa non reagisce, devono intervenire i tribunali. Si può quindi prevedere una serie di livelli e infine coinvolgere la società nel suo complesso. Credo che possa funzionare: è necessario trovare il modo di farlo.

STEFANO GATTI, Ricercatore dell’Osservatorio sul pregiudizio antiebraico presso il CDEC. Per prima cosa rispondo velocemente alla domanda di Fiamma Nirenstein sul nuovo negazionismo, relativo alla presenza storica degli ebrei in Israele. Il primo sito Internet a occuparsi di questo tema è stato Effedieffe, che ha cominciato a raccontare che in realtà gli ebrei non sarebbero mai stati in terra di Israele, ma sarebbero tribù Cazare provenienti dall’Est Europa e convertitesi successivamente. Sembra una sciocchezza, ma in realtà è un argomento molto diffuso, perché Effedieffe è una sorta di sito matrice, da cui gli altri siti traggono queste tematiche.

A proposito dell’antisemitismo in rete, non sono un giurista, ma credo che si debba agire essenzialmente in ambito educativo, come facciamo come CDEC, organizzando lezioni. Ricordo però che, seppur in ambito diverso, nel 1993 l’introduzione della legge Mancino ha fatto estinguere il pericoloso fenomeno degli skinhead. Credo che una legislazione ad hoc sarebbe utile. Non posso entrare nel dettaglio, perché non è il mio ambito, ma credo che si possa agire.

Pag. 24

?

Cito l’esempio del sito negazionista italiano, Thule-Toscana, che è stato chiuso. È necessario principalmente agire nel settore educativo, ma ritengo possibile agire anche in altro ambito. Dico una banalità: chi lascia un post su un giornale si deve registrare e non si cela dietro l’anonimato. Non permettere l’anonimato e una libertà assoluta in questo ambito sarebbe già qualcosa. Credo però che si debba agire essenzialmente in ambito educativo.

PRESIDENTE. Ringraziamo molto i nostri preziosi ospiti, che ci riserviamo di incontrare nuovamente in una prossima occasione. Abbiamo ancora parecchie scadenze e dobbiamo anche cominciare a elaborare tutto questo materiale. Probabilmente, dovremo incontrarci anche fra noi, senza ospiti.

FRANCESCO TEMPESTINI. A questo punto, possiamo già fare una prima discussione.

PRESIDENTE. Sì, è vero. Dobbiamo studiare questa ipotesi per elaborare il materiale raccolto.

Dichiaro conclusa l’audizione.

La seduta termina alle 9,40.

Fonte: http://nuovo.camera.it/470?stenog=/_dati/leg16/lavori/stencomm/0103/indag/antisemitismo/2010/0422&pagina=s010#Presidente%202%201

Comments are closed.